Le serve
di Carmelo La Carrubba


Jean Genet (Parigi 1910-1986) è uno scrittore in cui è difficile tracciare una netta distinzione fra la vita e l’opera: i suoi scandalosi capolavori possono essere considerati il riflesso di una vita romanzesca e ne costituiscono insieme la trasfigurazione, il commento e il completamento. Ha una giovinezza degna di un racconto picaresco ed è l’erede di una tradizione che annovera Rimbaud, Cèline , ed è, per molti versi, l’incarnazione dello scrittore maledetto. Il suo rapporto con la società è drammatico ed è testimoniato da una biografia di figlio di padre ignoto; fu abbandonato dalla madre, un’infanzia da ladruncolo, fu per anni in riformatorio, si arruolò in un reggimento coloniale da cui disertò, vagabondò per l’Europa e il Medio Oriente, ebbe dei periodi di detenzione che assommano a quattordici anni ed ottenne la grazia presidenziale per merito degli amici Cocteau e Sartre. Alcuni cenni di presentazione sull’autore de “Le serve” (1947/54) lo spettacolo in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese in cui le serve in una stanza “imitano” la Signora presso la quale sono a servizio. E’ ormai una messa in scena abituale delle due serve che da anni vivono con la padrona odiandola. Claire con una lettera anonima alla polizia fa incarcerare l’amante della Signora ma una telefonata anonima annuncia la sua liberazione. Quindi temendo di essere smascherate le due serve decidono di avvelenare la Signora. La vicenda ha uno sviluppo diverso da quello programmato e mentre la padrona va a trovare l’amante liberato Claire e Solange vengono risucchiate nel vortice dei loro ruoli e questa sarà l’ultima loro recita: Claire nei panni della Signora berrà la tazza di tiglio avvelenata mentre Solange rimarrà al centro della scena immobile. I polsi incrociati come se avesse le manette.


Nel teatro Genet proietta i propri fantasmi partendo dalla miseria e dalle privazioni da chi ha sofferto la fame ed è vissuto in una sconfinata desolazione e così crea un mondo in cui si afferma l’atroce fascino del male – che diventa – nelle intenzioni dell’autore – uno spietato atto di accusa contro la società che del male – secondo l’autore – è responsabile. Tra degradazioni e delitti Genet è capace di trasmetterci anche la necessità di tenerezze struggenti e l’eco di un dolore autentico, profondamente umano, celebrato con pietà e compassione. Genet non è interessato ai problemi sociali, né alla democrazia, né alla rivoluzione, ma alla perfezione di quello che fa l’individuo. Ed è quindi nel male che i suoi eroi negativi trovano se stessi. Infine per Genet la scena non è dunque un luogo di pacificazione, di coinvolgimento ma di lacerazioni, di separazioni. E’ il luogo in cui si celebrano l’immaginario e la distanza dove si glorifica il baratro incolmabile fra i normali e i diversi. Tant’è che spesso i personaggi di Genet si ripeteranno fra loro “ Bisogna mantenere le distanze” come nel testo “I negri”. Nei testi di Genet dove si avverte un acutissimo senso della tragedia sono presenti anche rituali funebri per quel senso di morte che li pervade come, nel caso de “Le serve” il suicidio che chiude l’atto unico. Fra l’altro l’autore in un suo saggio ( La strana parola di…) del 1967 traccia l’equivalenza fra la morte e il teatro.


La scena de “Le serve” di Alessandro Chiti dalle pareti scure pur rappresentando con un grande letto una camera per dormire sembra una camera ardente in cui domina un grande specchio che riflette e rimanda fatti e sentimenti dei protagonisti. E’ una scena che sorprende e stupisce lo spettatore nel vedere le due dimesse donne delle pulizie tese in un perfido gioco scenico e raggiungono lo scopo di vendicarsi della loro padrona uccidendola. E nel ripetersi delle situazioni c’è un gioco di rimandi sottolineato dallo specchio che spiega come questa vicenda che doveva culminare con la fine della Signora ricada invece su Claire che beve il tiglio avvelenato e su Solange che ha ideato il piano omicida con la prigione. Uno spettacolo in cui i disagi umani delle persone vengono messi a nudo, scorticati dai disturbi psicologici dei protagonisti che dal gioco innocente precipitano nella tragedia così come avvenne nel 1930 per il caso Papin in cui, nella realtà, due domestiche presso una famiglia facoltosa uccisero la loro padrona di casa e sua figlia. Genet è spietato nel sondare e sviscerare il male che può essere nascosto nell’animo umano quando si invidia, come nel caso dello spettacolo, la bellezza, la ricchezza, la gioventù e la possibilità di avere e di godere di un amante e si può capire l’invidia delle due serve ormai vecchie che non hanno tutto questo e riversano il loro rancore verso la bella, dolce e brava padrona. Queste due vipere che saranno vittime del loro disegno criminoso non mancano di ironia e sanno portare avanti il loro gioco psicologico e scenico grazie a due consumate e brave attrici in maniera impeccabile. Eppure – pur in un atto unico – il gioco di rimandi che costituisce la struttura del racconto scenico e svela i piani interiori delle due ainme servili che pervengono all’omicidio pur nella loro validità producono – a lungo andare – un certo che di noioso che la bravura delle attrici non riesce sempre a riscattare. Che dire di Franca Valeri e di Anna Maria Guarnirei che rappresentano la prima l’ironia delle situazioni anche quelle più scabrose mentre la seconda ha il guizzo felino della recitazione intensa che coinvolge. Patrizia Zappa Mulas esprime ed interpreta quella bellezza e quella bontà che tutti vorrebbero avere. Lo spettacolo ha un suo rigore ed è ben supportato da una regia attenta al testo e ai risvolti che esso contiene e che vengono ben interpretate dalle tre protagoniste.

Pubblico attento che ha applaudito la Guarnirei durante lo spettacolo e alla fine tutte e tre le brave interpreti.