La lezione
di Carmelo La Carrubba


 

Il testo di Jonesco “La Lezione” (1949-50) in scena al Teatro Stabile “Verga” di Catania con protagonista uno straordinario Patavina, più che una commedia è – come vuole l’autore – un “dramma comico” o, se vogliamo rimanere nell’ossimoro, una tragedia che fa ridere in maniera agghiacciante.

Jonesco – in questa sua opera agli esordi nel teatro – racconta del rapporto didattico fra una giovane allieva e un anziano professore, spavalda ed ansiosa inizialmente la ragazza che vuole prepararsi per la “docenza totale”, ossequioso il docente che man mano si trasforma in un folle maniaco mentre la ragazza diventa un’allieva inebetita.

Infatti in questo teatro di parola in cui il tutto sembra svolgersi in maniera normale si crea un clima inquietante in cui aleggia una atmosfera di morte. Tant’è che la “Lezione” svela quanto di sommerso vi sia nelle azioni del professore e dell’allieva, come si istauri una continua tensione erotica, una tensione intensa come in un rapporto di coppia che va dalla conoscenza alla simpatia, all’innamoramento, alla passione, alla disillusione, al possesso, alla sofferenza e, nel caso nostro, data l’età del professore in cui è impensabile possedere tanta giovane bellezza non resta che distruggerla. Cosa che il professore fa uccidendo con un coltello l’allieva mentre sulla scena, in fondo, la vetrata si tinge di rosso e – in maniera struggente – si ascoltano le note de “Le foglie morte” cantate da Montand.

Il professore nel rimuovere il cadavere della studentessa viene aiutato dalla governante Maria, forse la moglie o una compagna di vita. Personaggio emblematico, metaforico, rappresenta storicamente la Francia collaborazionista. Essa – quando il professore uccide la sua quarantesima vittima – per alleggerire il senso di colpa dell’omicida gli porge un bracciale con una svastica da mettere sul braccio come se il delitto storico fosse meno grave di quello privato forse memore del film “Verdoux” di Chaplin in cui il protagonista riconosce l’errore da lui commesso (otto omicidi) di avere agito al minuto mentre gli eccidi commessi da un generale in guerra non vengono considerati tali.

La conclusione tragica e il colpo di teatro che con la svastica storicizza la follia del professore rivela anche l’apologo in esso contenuto: i risvolti negativi del rapporto pedagogico attraverso la forza dittatoriale della parola. Infatti il testo è disseminato da un gioco linguistico brillante ed allucinante al tempo stesso in cui si impone la forza della parola che esalta, seduce, inchioda, paralizza e continuando nel giuoco linguistico e scenico i protagonisti pur parlando di matematica e di filologia pervengono ad una dimensione assurda in cui la logica, il rigore, la perfezione hanno perduto il loro potere di convincimento anzi la governante deduce che “la filologia conduce al peggio” e si dimostra profetica. Tant’è che la follia delirante del professore – come già abbiamo detto – raggiunge il suo culmine con l’omicidio della ragazza.

La morte dell’allieva non blocca la storia né la macchina teatrale che riprende a funzionare col campanello di casa che inizia a suonare e la governante si precipita ad accogliere la quarantunesima vittima. Come se nulla fosse accaduto e paradossalmente non si intravede altra alternativa alla banalità del male se attualmente vediamo consumarsi dei delitti che hanno alla base un rapporto pedagogico.

Altro dato certo è la morte che Jonesco  cerca di disinnescare con l’arma dell’ironia, del paradosso, del grottesco perché solo la comicità può fare esplodere l’assurdo delle situazioni e può fare capire come, a volte, situazioni comiche siano più disperate di quelle tragiche.

In questo testo che Pippo Patavina interpreta ormai da parecchi anni ha riversato – attraverso la figura del professore – le sue notevoli capacità di attore bravo, capace e intelligente. Egli da attore brillante si è trasformato in attore tragico ma soprattutto in attore comico attraverso la deformazione grottesca perseguita col linguaggio del corpo che come quello orale viene piegato e deformato con risultati eccellenti fino a creare un personaggio indimenticabile.

Ileana Rigano pur in un ruolo “limitato” ha saputo far emergere le doti simboliche del personaggio: governante che sa governare cioè comandare in casa come donna, ideologicamente come Patria, collaboratrice di un folle con cui condivide le sue nefandezze con atteggiamenti materni.

Valeria Contadino ha risposto con sicurezza e maturità al gioco scenico imposto da un mattatore qual è Patavina e ha rivelato doti di freschezza giovanile al personaggio passando da momenti di ingenuità a quelli erotici, di sofferenza, di ingenuità.

Valerio Cairone ha sottolineato con i suoi strumenti musicali una storia complessa e inquietante con indubbia bravura.

Le musiche di Carlo Insolita si sono inserite nel tessuto drammaturgico e hanno fatto con la parola del testo un’assonanza stilistica e di commento musicale pertinente e svelativo dell’intreccio scenico.

Le scene di Antonio Fiorentino hanno rivelato i particolari di una casa borghese che può appartenere a chiunque sia di quel ceto o casta o classe rendendola familiare allo spettatore e sottolineando come anche nella normalità si annidi il delitto.

Come al solito funzionanti e creatori di atmosfere le luci di Franco Buzzanca. Così pure i costumi di Giuseppe Andolfo.

La regia di Ezio Donato è stata pregevole nel sottolineare i passaggi importanti del testo e risvolti ora drammatici ora comico-grotteschi della vicenda con tutte le implicanze simboliche che essa contiene.

Il pubblico ha seguito lo spettacolo con grande attenzione per la densità dei contenuti e la grande performance attorale di Pippo Patavina che ha recitato – pur non sapendo io cosa sia la perfezione – in maniera perfetta e ha applaudito con forza e convinzione – quasi un’ovazione – alla fine dello spettacolo.