La locandiera
di Carmelo La Carrubba


Nel trecentenario della nascita di Carlo Goldoni il Teatro Stabile di Catania ospita al Verga – dopo “Arlecchino servitore di due padroni” – un suo immortale capolavoro “La locandiera” (1753) per la regia di Corbelli che già nel 1979 aveva realizzato un’edizione che segnò un’epoca con Carla Gravina e Pino Micol nel ruolo di Fabrizio.
Mirandolina, la locandiera, è una delle più riuscite figure raziocinanti create da Goldoni, intelligente e determinata è consapevole del gioco della seduzione sapendo attingere alle sue doti di fascino femminile che sa irretire con intriganti trame rivolte verso personaggi che rappresentano le vecchie classi del potere. Essa nell’incontro con il marchese squattrinato, il conte parvenu e il cavaliere misogino si misura con tre prototipi sociali del vecchio mondo ormai superato nei compiti e nelle manifestazioni, per proiettarsi verso un rinnovamento figlio della Rivoluzione. La protagonista è l’antesignana della futura donna di affari moderna, sicura, pratica, capace di raggiungere gli obiettivi fissati e nel suo dinamismo si libera con facilità di parrucche e merletti o di quanto il Settecento, ormai in agonia, ancora proponeva. Essa è un personaggio spumeggiante e apparentemente civettuolo e in lei Goldoni esprime quelle doti identificate con la saggezza femminile che di solito sciolgono i nodi e provvedono, superati accidenti e malintesi, a trarne la morale indicando agli altri le loro leggerezze e i loro eccessi.
E’, se vogliamo, l’espressione del nuovo mondo borghese che segnerà un’epoca che tutt’ora viviamo. Goldoni ce ne offre gli albori e satiricamente sa liberarsi di quanto ancora frena la realizzazione di un futuro con orizzonti migliori. Il personaggio di Mirandolina ha una cultura sorprendente per il secolo in cui vive perché sa leggere, sa scrivere e incarna un femminismo sicuro e scanzonato, è brillante e travolgente nel suo incalzante ritmo esistenziale e rappresenta a tutto tondo la femminilità. Lo spettacolo di Giancarlo Corbelli ha puntato sulla esasperazione dei caratteri dei personaggi attraverso una recitazione esageratamente espressiva, con una scansione dei tempi di battuta e scenici rallentati con risultati – senza sottolineare l’inutile fatica degli attori – nei confronti del pubblico noiosi e deludenti, perché una dizione strascicata pronunciata da un volto incerottato, un gesto enfatizzato, un dialogo spezzato, un ritmo lentissimo – ripeto - non fanno apprezzare il grottesco di quel mondo né il nuovo che avanza com’era, credo, nelle ambizioni della regia. Mascia Musy ha un forte temperamento attorale, un notevole fascino femminile, così come sono bravi gli altri interpreti nel loro gioco di burattini ma che alla fine non rendono convincente lo spettacolo e la reazione del pubblico annoiato, pur con i consueti applausi, è stata eloquente.