Madre coraggio
di Carmelo La Carrubba



 

Nell’opera di due grandi autori del nostro secolo Chaplin e Brecht c’è una grande affinità tematica: in “Luci della città” il vagabondo incontra il ricco signore che gli diventa amico e gli dà i soldi affinché egli possa regalarle alla fioraia cieca per operarsi. Caratteristica fondamentale è che l’amicizia fra i due dura quanto la sbronza del ricco perché solo un ricco ubriaco fradicio può fare amicizia con un vagabondo senza soldi. Tema che l’autore tedesco svolge in “Puntila e il suo servo Matti”. Nel “Monsieur Verdoux” chapliniano il tema è del seduttore che incontra vecchie vedove ricche e li uccide per togliere loro l’eredità; scoperto viene condannato a morte. Il protagonista il suo errore nell’aver creato la sua attività in maniera artigianale, al dettaglio, mentre in guerra un generale che manda al massacro la sua truppa crea degli eroi ed esso stesso ne diventa tale e si arricchisce in maniera normale.

 

Anche in “Madre coraggio e i suoi figli” di Brecht c’è una morale analoga: la guerra è un affare anzi un grande affare ma i grandi affari non li fa la povera gente e nella guerra le virtù umane diventano mortali: questa è – secondo Brecht – la morale del dramma. E, in “Madre coraggio e i suoi figli”, Anna Fierling, la vivandiera commerciante, la protagonista del dramma di Brecht, pur essendo una cinica, non riesce a capire che anche lei è una vittima così come i suoi figli e i suoi compagni di cordata: la prostituta, il cuoco, il cappellano. Parliamo dello spettacolo  in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania – “Madre coraggio e i suoi figli” nella rielaborazione del testo di Antonio Tarantino, la traduzione di Roberto Manin, la regia di Cristina Pezzuoli e con protagonista Isa Danieli. C’è ancora da aggiungere che Brecht  - pur avendo teorizzato e attuato – in linea generale la tecnica dello straniamento nella realizzazione scenica dei suoi lavori, nel dopoguerra, impiegò, per parecchi suoi lavori, contravvenendo ai suoi principi, un programmatico empirismo scenico che gli consentiva di mescolare tecniche di recitazione epica e immedesimazione stanislavskiana (per cui lo storico Meldolesi per caratterizzare la novità brecchittiana parlò di “strabismo teorico”). Sappiamo inoltre che ispirandosi – non servilmente  a quel modello – si sono avuti protagonisti originali della scena teatrale europea come Peter Brook, il Living Theatre, Giorgio Strehler.

 

Infine che “Madre coraggio” è un testo importante che è diventato un classico del teatro epico ma che però quella di Brecht è una drammaturgia – checchè se ne dica – ingessata dentro un sistema esclusivo di estetica teatrale. Il testo certamente non è invecchiato ma il tema della guerra è senz’altro inflazionato da tanta inutile letteratura, dai tanti bolsi pacifisti che con la loro strumentalizzazione politica sono riusciti a banalizzare un tema così intensamente tragico. Nello spettacolo il personaggio della Fierling, vivandiera nella guerra dei trent’anni fra cattolici e protestanti, che vive della guerra profittando con i suoi traffici illeciti e pretendendo di non essere toccata nei suoi affetti e anche nei suoi interessi, resta uno dei personaggi più riusciti  del secolo, un “miracolo drammaturgico”. Perché il personaggio è un accumulo ben dosato di fame di guadagno e amore filiale in una alternanza di umori in cui prevalgono lampi di consapevolezza, di ipocrisia e di sincerità nel suo modo di vivere. Con dei figli così diversi uno buono, onesto ma male orientato e l’altro cattivo per la sua volontà di potenza eppoi Kattrin la figlia muta,personaggio delicato, metafora della presa di coscienza più istintuale che razionale e infine con lei i compagni di viaggio, il cuoco Lamb, una maschera in cui c’è l’assenza di ogni sentimento e il personaggio del cappellano che è una satira dell’intellettuale opportunista che costituiscono un nucleo drammatico fra i più intensi e ben dosati. Infine c’è il senso epico, tragico della guerra che grava sulle stagioni e sugli uomini in quanto la primavera serve soltanto a far dimenticare i morti dell’inverno. Eppure Anna Fierling , riparato il carro, continuerà a spingerlo per il mondo; come dire!? La guerra continua. Perché il destino della protagonista è segnato. Queste componenti dello spettacolo sono presenti nella messa in scena di Cristina Pezzuoli in cui prevale – indicativa la scelta di un’attrice napoletana come Isa Danieli – la componente passionale  (mediterranea) del sentimento; una lettura francamente italiana in salsa napoletana che, però, non è riduttiva in quanto sono presenti e sono stati rispettati rigorosamente tutte le altre finalità. Una recita antibrechtiana per esaltare Brecht perché l’umanità della protagonista è la sola possibile che possa conquistare il pubblico e cioè il dolore di una madre, la persistenza di una sconfitta. Isa Danieli era stata – con la regia di Strehler – la madre dell’aviatore nella “Anima buona di Sezuan” e aveva dato volto a tutte le donne in “Puntila e il suo servo Matti” con la regia di Marcucci e con Glauco Mauri protagonista.

Ma con “Madre coraggio è protagonista assoluta ed è una madre più sanguigna, nella sostanza solare ma anche personaggio grottesco, a volte ridicolo perché della guerra e della sua esistenza ella non ha capito molto sempre legata al carro e a fare affari: così ha perduto l’amore per i figli. Con la guerra si è indurita, incarognita per sopravvivere perdendo i figli uno alla volta. La narrazione scenica (scene di Bruno Buonincontri) viene inizialmente impostata con la tecnica del cantastorie che servendosi di vari dialetti ne avvia il racconto che ben presto si materializza sulla scena imponente dove la guerra ha il suo svolgimento. In cui stupri, omicidi, abusi si susseguono ininterrottamente e dove i riferimenti storici sono evidenti sia nel segno della esaltazione ideologica chee religiosa.

 

Per concludere, nel finale, con la morte della figlia Kattrin, crollano le ultime certezze: la madre di fronte alla figlia stuprata e uccisa, vittima del suo altruismo, si rivolge al pubblico affinché le riportino sul proscenio il corpicino della figlia , vittima di tanta violenza. E dalla sala uno spettatore entra nella trama e, sollevando il corpo di Kattrin, la porta alla madre. La Pezzuoli – come Brecht – vuole scuotere, coinvolgere il pubblico perché non resti – ormai assuefatto alle vittime della guerra – passivo spettatore ma reagisca come uomo e come cittadino. La vocazione pedagogica dell’autore viene così rispettata e condivisa. Ottima l’interpretazione di Xenia Bevitori nel ruolo di Kattrin,  la figlia muta; Matteo Cremon  è Eilif, il figlio maggiore mentre Shi Yang è il minore; il cuoco è Luigi Tabita, Arianna Scompagna è Yvette e bravi gli altri del folto cast.

 

Rileviamo alla fine del primo atto una lentezza dei ritmi scenici; inoltre: l’eccessivo rispetto del testo quando varrebbe la pena di sfoltirlo; infine: per evitare che gli spettatori vadano via nell’intervallo per l’eccessiva durata dello spettacolo proporremmo di anticipare l’inizio dello stesso.