Il malato immaginario
di Carmelo La Carrubba

 

 

Spesso un uomo che abbia l’immaginario malato può essere in uno stato di malattia più serio di quanto il suo fisico malato. E’ quanto accade nel capolavoro di Molière “Il malato immaginario” (1673) in cui è manifesta la satira dell’autore verso la casta dei medici attraverso il racconto grottesco della via crucis di Argante.
Commedia che attraverso la satira mette alla gogna l’operato dei medici ignoranti che però – sfruttando la paura dei malati – fanno lauti guadagni.
Nella rivisitazione di Gabriele Lavia del “Malato immaginario” lo spettacolo in scena al Teatro Stabile “Verga” di Catania, pur essendo Argante vittima dei medici e succube del potere di una casta di cialtroni, pur nella condizione comica in cui il paziente diventa vittima del clistere, la regia di Lavia, la sua interpretazione del protagonista lo porta non tanto verso la risata liberatoria che la risoluzione satirica vorrebbe quanto verso la riflessione di una condizione esistenziale che trova in Beckett il suo mentore. Tant’è che nella scena essenziale di Alessandro Camera sul proscenio è posto un tavolinetto con un registratore dove il protagonista registra la contabilità delle spese mediche e farmaceutiche come fece di altre cose il protagonista de “L’ultimo nastro di Krapp” ma che in esso sono anche contenuti stralci da “Malone muore” sempre di Beckett il cui umorismo fa solo amaramente sorridere.
In questa ambivalenza di stati d’animo sta Lavia, fra Molière e Beckett, fra la satira e la riflessione, il comico delle situazioni e le conseguenze tragiche di una riflessione che potrebbe sfociare nella tragedia.
Questo ci sembra il nucleo della lettura scenica di Lavia che porta in scena una commedia con l’andazzo di un dramma i cui tempi tragici non hanno niente a che vedere con i tempi comici di situazioni che sono state create per essere sbugiardati ridendoci sopra.
Spesso il ridicolo diventa un giudizio etico inesorabile.
Certamente i temi trattati da Molière e rivisitati da Lavia sono importanti perché affrontano problemi determinanti per l’uomo come la funzione e la qualità della medicina e di chi la esercita nonché l’uso e lo sfruttamento che se ne fa. Il terrore che attanaglia l’uomo vittima della malattia, la la precarietà del genere umano che genera depressione nell’essere creano un personaggio tragico a cui non sempre si riesce a ritagliare situazioni comiche.
Eppure questo ricco borghese è pieno di contraddizioni, i suoi umori repentini si prestano al meccanismo degli intrecci comici che però non sempre trovano nella regia di Lavia i tempi scenici incalzanti per scatenare la comicità.
Eppure è stato bravo Lavia nel creare il personaggio di Argante attraverso il suo rapporto coi medici o col cercare di creare una parentela col futuro genero solamente se medico per sfuggire così alla tirannia del potere medico.
Altra illusione non resa comica: pur essendo la medicina di oggi – rispetto a quella di ieri – capace di essere determinante nel curare le malattie non per questo ha il potere di preservare i medici dal diventare pazienti.
Quello che conta nel gioco teatrale è il modo di leggere queste esperienze: ridere o piangere; la scelta in questo spettacolo non è stata univoca.
Attorno a Lavia, ai suoi clisteri, al suo mal di vivere ruota un cast di buon livello che va dalla cameriera Antonietta splendidamente interpretata da Barbara Bengala alla figlia Angelica interpretato positivamente da Lucia Lavia per continuare col dottor Diarreus di Pietro Biondi, al farmacista Fetus di Vittorio Vanvitelli, al fratello Beraldo di Gianni De Lellis, al notaio Bonafede di Giorgio Crisafi all’innamorato di Angelica , Andrea Macaluso.
Pubblico attento e dopo tre lunghe ore di spettacolo plaudente.