Migliore
di Carmelo La Carrubba

 

Un monologo comico ma dai risvolti drammatici è quello scritto e diretto da Mattia Torre: “Migliore” (1972) interpretato in maniera esemplare da Valerio Mastandrea che, in una scena nera ed essenziale, propone la figura di Alfredo, un giovane del tutto normale, sostanzialmente buono, fa parte di una associazione che tutela il vecchio modo di fare il pane e i dolci i cui proventi servono “per salvare i peri del Piemonte”.  
E’ lo spettacolo in scena al Musco per lo Stabile catanese incentrato su questo personaggio attualissimo di giovane che lavora e vuole affermarsi onestamente. Egli per un casuale ma drammatico incidente del quale però lui si sente colpevole e ne avverte acutamente il senso di colpa, viene dapprima incolpato e poi assolto. Dopo questa esperienza, Alfredo cambia il suo modo di pensare:  diventando cinico e spregiudicato. Il personaggio con il suo vissuto diventa così una metafora amara di questi tempi in cui è tanto più ben accetto chi è più cattivo. Alfredo nota che tutte le difficoltà precedenti si sono dissolte e che il successo ha un prezzo da pagare: la perdita dei valori etici. La sostanza del monologo di Mattia Torre consiste nella riflessione del protagonista sulla quotidianità del vivere: bisogna diventare cattivi per potere crescere professionalmente e socialmente; finalmente si diventa desiderati dalle donne e non si soffre più di malanni e di paure.

 

Mastandrea, in divisa da manager, vestito impeccabile scuro e valigetta ventiquattrore, si presenta al pubblico e narra la sua vita, le difficoltà che aveva prima e le rivalse ottenute dopo sottolineate dalle sue particolari dote di affabulatore, che sa “piacere” al pubblico attraverso un timbro di voce che sa modulare altre voci, altri stati d’animo, nonché tutta una gamma di sensazioni e risentimenti che albergano nell’animo di un individuo che, in quel momento, interpreta i sentimenti degli spettatori che hanno vissuto o vivono quelle fantasie o quelle mortificazioni come è stato ben sottolineato dagli applausi del pubblico.
In uno spazio vuoto i percorsi scenici del protagonista, i cambiamenti di direzione sottolineano il senso del racconto spesso spezzato dai vari avvenimenti narrati e così diventano sensati e riempiono la scena con quelle parole che raccontano di Alfredo, della sua metamorfosi, delle sue crudeltà e vendette verso un cane e verso la figlia del presidente. Le situazioni anche quelle paradossali si smorzano e sfumano – come le luci di Barbati e le musiche di Traviano – nel comico o nella riflessione di chi li ha assimilati e il protagonista domina la scena sempre con una fisicità e una voce suadente anche nei momenti in cui il realismo delle situazioni sembra prevalere. Una grande prova di attore in cui i gesti, le parole, la voce, i percorsi scenici e un testo che lo copre come un vestito impeccabile costituiscono il successo di uno spettacolo incisivo e ben recepito dal pubblico costituito da anziani e giovani, uomini e donne che hanno applaudito durante e alla fine dello spettacolo.