Il misantropo
di Carmelo La Carrubba

 

“Il misantropo” di Molière scritto nel 1667 e pubblicato nell’edizione definitiva nel 1672 - con la sua imbarazzante attualità – in scena dal 5 al 14 maggio al Teatro Verga per lo Stabile di Catania, è la storia di un irascibile innamorato che non riesce a conciliare i suoi rigidi principi con la società che lo circonda. Egli crede nella giustizia e nell’equanimità dei giudici ma viene amaramente deluso e infine – nonostante la maturità raggiunta, Alceste, questo il nome del protagonista, non ha ancora imparato a stare al mondo e questa sua “inettitudine” esplode nella vicenda deludente del suo amore per Cèlimène. Bella, frivola e irraggiungibile, elegante nello spirito, Cèlimène è l’antenata di tutte le mangiatrici d’uomini: è incapace di sincerità e dedizione. Pertanto la adorazione di Alceste per lei rivela una profonda incongruenza e mette in evidenza quella che è la sua caratteristica principale: l’inadeguatezza di chi tendendo alla verità si trova inadeguato nell’adire a ipocrisie ed intrallazzi di una società che punta alla truffa e al compromesso. E quando Alceste si rifiuta di arrendersi alla realtà credendo che la sua Cèlimène sottratta all’ambiente cinico e bugiardo in cui vive possa essere diversa e quindi adattarsi al gusto di cose semplici e genuine. Ma non è così e Alceste dovrà andarsene alla fine verso il ritiro campestre che sogna e Cèlimène rifiuta.
Il male di vivere di cui è affetto Alceste diventa una follia nella sua improbabile realizzazione e la sua vicenda non è altro che la storia di una sconfitta.
Nella rilettura di Giovanni Anfuso ne consegue un adattamento che rivela quanto di moderno e di attuale ha il personaggio di Alceste che nel rapporto con la società fa esplodere quanto di corrotto ci sia in essa e quanto di inadeguato nel suo rapporto con essa la cui coscienza in senso positivo viene interpretata dall’amico di Alceste, Philinte, che senza sporcarsi più di tanto trova la via da percorrere con pochi compromessi per non essere – sempre da essa – travolto così come avviene per la personalità “strabiliare” del protagonista.
L’adattamento e la regia con tempi narrativi incalzanti creano un linguaggio scenico che si snoda per tuuto l’arco della narrazione ricco e suadente in cui i caratteri dei personaggi – in ragione del ruolo – tendono ad emergere in tutta la loro profondità umana e – anche – nei loro limiti non solo pratici ma di inadeguatezza a chi non si sa adattare a una società ingiusta dove, ci potrebbe essere posto anche per un Alceste se non si arroccasse su posizioni d’assoluta coerenza, di ricerca di una verità che interessa pochi e di una società che dell’ipocrisia ha creato un costume di vita. La ricerca dell’isolamento di Alceste rappresenta il dramma di un individuo e i risvolti di una sconfitta sociale in cui la satira di una società non ne svela tutta la sua complessità.
Da questo spettacolo ne esce un quadro ben disegnato da Anfuso di una società – ieri come oggi - che non offre spazi alle verità isolazioniste di un misantropo ma che rivela quali sono le costanti che la sostengono. I bei caratteri disegnati da Molière, la loro incisività viene interpretata da un gruppo di attori ben diretti che ha in Alceste un uomo tutto di un pezzo – espressione di un idealismo di altri tempi e che Rosario Minardi ha reso al meglio delle sue possibilità così come Sebastiano Trincali , amico di Alceste, in una ottima interpretazione, rappresenta come ci sia posto anche per le persone oneste. Oronte, innamorato di Cèlimène, interpretato da Giovanni Argante è la faccia corrotta e corruttrice di questa società che lui rappresenta splendidamente.
Giovanna Di Rauso è Cèlimène il personaggio femminile su cui ruota la vicenda che ha saputo interpretare una donna spregiudicata e mondana ora senza veli ora con l’ambiguità di chi accetta e vive in un mondo ricco di falsità con sicurezza e convinzione.
Completano il quadro delle donne E’liante con la robusta interpretazione di Luana Toscano nel disegnare una personalità di donna positiva che sa districarsi in quell’ambiente. Così come l’Arsionoè di Barbara Gallo: una convincente interpretazione di altro ritratto di donna che punta sulla seduzione come arma vincente del vivere in società. E – completano il folto e interessante cast Angelo D’Agosta, Davide Sbrogliò, Daniele Bruno, Giovanna Chiara Pasini, Eleonora Sicurella, Eduardo Monteforte e Giuseppe Aiello.
Le scene di Alessandro Chiti – testimonianza dell’ieri e della continuità con l’oggi – in questa narrazione scenica sono state la giusta cornice della storia.
I costumi di Riccardo Cappello oltre a caratterizzare le personalità di uomini, donne e ambienti si fanno apprezzare per la loro eleganza e raffinatezza.
Funzionali allo sviluppo narrativo sottolineandone gli stati d’animo le musiche di Nello Toscano. Coreografie di Annalisa Borsellino. Luci di Salvo Orlando. Assistente alla regia Agnese Failla.
Un gran bello e robusto spettacolo che nell’arco della rappresentazione ( due ore e quaranta) ha interessato e reso attenti gli spettatori che sia durante che alla fine hanno applaudito più e più volte.