Misura per misura
di Carmelo La Carrubba

 


Dopo trent’anni Gabriele Lavia torna a confrontarsi col testo scespiriano “Misura per misura”, il “dramma problematico” in scena al Teatro Metrolipolitan per lo Stabile di Catania. Diretto da Squarzina nel 1976 aveva interpretato il ruolo di Angelo, il vicario, ruolo ora affidato al figlio Lorenzo. In questo testo Shakespeare rappresenta gli uomini in un mondo smisurato che fanno fatica a raggiungere la misura. Quando vi riescono – forse perché la nostra misura è la dismisura  - e forse perché l’universo che rappresenta in “Misura per misura” è così complesso da insinuare il dubbio che la misura – quando rappresentiamo i problemi filosofici inerenti l’uomo e la sua esistenza, i suoi rapporti col Potere, con gli altri – nella vita – dove l’uomo cerca la misura, quella giusta, assoluta, costatiamo che è impossibile da raggiungere; ma l’uomo la cerca comunque.

In “Misura per misura” si racconta una storia apparentemente complicatissima che al momento della rappresentazione diviene facilissima pur nella sua intensa drammatizzazione: il Duca di Vienna si allontana dalla città e dal trono per un breve periodo e affida il governo al suo vicario, Angelo. Egli vuole sapere come lui ha governato e come sono capaci di farlo gli altri che lo sostituiscono. Il vicario come primo atto emette una condanna a morte nei confronti del giovane Claudio, colpevole di avere messa incinta Giulietta prima delle nozze. La sorella di Claudio, Isabella, ne chiede la grazia. Ella è una novizia. Angelo accetta di accontentare Isabella a patto che ella si conceda a lui e la giovane novizia finge di accettare ma in realtà c’è un piano che prevede che nel letto di Angelo ci vada Marianna, antica fidanzata di Angelo, da questi ripudiata. In questa vicenda si inserisce un frate che non è altri che il duca che per evitare ulteriori delitti trova la soluzione. Egli vuole conoscere la verità e colpire i corrotti. Questa storia tira in ballo robuste problematiche etiche nel rapporto fra il bene e il male. Significativo, al riguardo, il travestimento del duca nelle vesti del frate, in cui egli entra dentro una dimensione particolare quando disegna lo scopo della vita come la cosa peggiore che possa capitare ad un uomo e che forse non vale la pena nascere.


Gabriele Lavia è, nelle vesti del frate, l’interprete principale ma è altresì l’intelligente regista della messa in scena di “Misura per misura” nella traduzione di Alessandro Serpieri, vicina all’originale ma moderna nella nella scioltezza del linguaggio, che, con una compagnia di attori essenzialmente giovani, ha impresso allo spettacolo una straordinaria dinamica scenica con tempi fulminanti che vengono assecondati da una scenografia (di Carmelo Giannello) che pur nella sua mastodontica grandezza ha una felice rapidità di esecuzione. Essa si fonde con la storia e ne svela i significati profondi che fanno riflettere lo spettatore sulla corruzione che coinvolge il potere, sulla scandalosa logica che è alla base di chi gestisce la cosa pubblica. E’ la vita quotidiana che ci scorre davanti e cerchiamo d’ignorare ma c’è il Bardo di ieri che ce lo ricorda e il Lavia di oggi che dal proscenico – in un ammiccamento continuo con il pubblico – nelle vesti del frate-duca li fa rivivere commentando i fatti dell’oggi.

 

Uno spettacolo di rara efficacia scenica, interpretativa che ha trovato in Lavia il fulcro della narrazione scenica, l’attore-affabulatore che sa interpretare e parlare col pubblico con quella “semplicità” che è frutto di maturità e di ricerca attorale. Senza togliere merito al rock che ha suggerito il ritmo fin dall’apertura dello spettacolo nel caratterizzare quale bordello fosse diventata Vienna in mano ai politici corrotti sono convinto che lo spettacolo avrebbe mantenuto la sua compattezza e la sua originaria efficacia affidandosi al racconto scenico ed attorale in cui il realismo della situazione dialogava con la metafora che ne veniva fuori.

 

Ottima l’interpretazione di Lorenzo Lavia nel ruolo di Angelo, ipocrita e corrotto vicario; Federica Di Martino è efficace nel ruolo dell’angelica novizia che deve conoscere il vizio degli uomini; Francesco Bonanno traccia nei panni del trans un ottimo ritratto del giovane libertino, sensibile nel voltare gabbana a seconda della convenienza. Bravissimi gli altri attori che si muovono nel mondo ricreato coreograficamente da Luca Tommasini e commentato in maniera essenziale dalle musiche di Andrea Nicolini. Pubblico attento che ha superato la prova delle tre ore di spettacolo e che ha applaudito calorosamente durante e alla fine dello spettacolo.