Molly Sweenej
di Carmelo La Carrubba



Con “Atto senza parole” Beckett si affidò alla forza suggestiva delle immagini e del silenzio per comunicare con il pubblico e il Teatro nella continua ricerca di un linguaggio, questa volta con il testo”Molly Sweenej” del drammaturgo irlandese Brian Friel si affida al buio della cecità per farci vedere quello che l’interiorità del nostro cervello riesce a percepire, cioè a vedere e così lo spettacolo in scena allo Stabile Verga di Catania fa ripercorrere allo spettatore, munito di una mascherina, l’itinerario di una persona affetta da cecità in cui i suoni, il tatto diventano i sensi che ci fanno percepire la realtà che ci circonda. E gli esempi potrebbero continuare riferendoci ad altri handicap che hanno consentito ad altri di vivere in maniera piena la loro esistenza.

La vicenda si ispira ad un fatto vero (ripresa da un caso clinico che il celebre neurologo Oliver Sachs racconta nel suo saggio “Vedere o non vedere”) in cui la protagonista Molly, una donna di quarant’ anni, cieca dall’età di dieci mesi è completamente autonoma, che lavora come fisioterapista in un centro benessere, e che adopera il tatto per rapportarsi col mondo esterno e supplisce così perfettamente alla assenza della vista, è sposata e tutto sommato è una persona ottimista. Ma un giorno – che avrebbe dovuto essere bello e invece – e vedremo perché – diventa, contro ogni aspettativa, un giorno brutto – dopo un’operazione riacquista la vista ed è qui la sua tragedia: perché per un non vedente riappropriarsi di colpo della vista con i propri occhi può diventare un autentico trauma. Così come per un vedente diventare cieco. Analizziamo meglio il caso di questa persona che sin dall’infanzia ha imparato, a suo modo e con i suoi mezzi a conoscere un mondo senza vederlo cosicché quando – dopo l’operazione – lo vede non lo riconosce perché non corrisponde a come l’aveva immaginato.

Altro aspetto intrigante dello spettacolo è quello di fare partecipare attivamente il pubblico alla storia per viverla come gli attori: nella prima parte dello spettacolo lo spettatore ha una mascherina sugli occhi ed è immerso in un buio assoluto. E’ una esperienza sensoriale totalizzante condivisa da attori e pubblico nel cercare di ripercorrere il percorso interiore percettivo di quello che i protagonisti dicono fra loro per intendersi e che nel rendere logico mette in discussione il concetto di normalità. Il buio che ha reso ciechi tutti ha creato una nuova normalità basata sulla parola e i suoni che la guidano per no smarrirsi nelle tenebre. Quando torna la vista alla protagonista sul palcoscenico oltre che la luce torna l’azione scenica; ma la luce è opalescente, nebbiosa, quella vissuta con difficoltà da una non vedente che aveva raggiunto un suo equilibrio interiore, un suo orientamento sentimentale, una normalità di vita lontana dalla sofferenza e dalla disperazione. Dopo aver vissuto questa prima parte del dramma preminentemente con la fantasia che ognuno ha liberamente impiegata nel vivere questa esperienza, si assiste, nella seconda parte, alla visione dell’ambiente in cui vivono i personaggi e ognuno li deve rapportare a quanto prima immaginato. Da una situazione di fantasia creativa si passa alle dimensioni del vero e il passaggio crea sconforto e disagio soprattutto a chi era vissuto nel buio tanto da poterne ricevere uno Shosk (come nel caso della fioraia che riacquista la vista nel film di Chaplin “Luci della città” quando riconosce attraverso il tatto il vagabondo, suo benefattore, e ne rimane profondamente delusa).

 

 E’ un passaggio molto importante nell’economia del racconto scenico ben sottolineato dalla regia attraverso la crudezza della scena, dei costumi, del sonoro e soprattutto dal tono di voce di Umberto Orsini che nelle vesti del chirurgo rivive l’esaltazione di chi attraverso l’intervento chirurgico ha dato la vista ad una persona e nello stesso tempo deve costatarne il fallimento perché non ha risolto le aspettative della paziente. E il paradosso è che quella che doveva essere la felicità diventa per la protagonista – interpretata stupendamente da Valentina Sperlì – una crescente delusione, ulteriormente sottolineata da Leonardo Capuano nei panni del marito che – frastornato dall’evento – passa dall’iniziale felicità verso un malessere di cui non sa comprendere le ragioni. Uno spettacolo che analizza quello che è l’equilibrio di una personalità, di un’anima e che non poggia su quelli che sono i parametri conosciuti. Un ottimo spettacolo ben recepito dal pubblico che ha applaudito più e più volte.