Moni Ovadia e l'umorismo ebraico
di Carmelo La Carrubba


Il 24 gennaio c. a. va in scena, per lo Stabile di Catania, al Teatro Ambasciatori lo spettacolo “Le storie del Signor Keuner” di Bertold Brecht regia di Roberto Andò e Moni Ovadia anche protagonista. Riproponiamo per l’occasione l’intervista rilasciataci da Ovadia , di qualche anno fa, straordinariamente attuale, sull’umorismo ebraico.
Ecco l’intervista:
D. Perché l’ebreo ride – anche in maniera irriverente – di se stesso?
R. Perché è la quintessenza dell’attitudine antiidolatrica che è richiesta all’ebreo per impedire il costituirsi, appunto, di qualsiasi sottomissione. E non c’è idolo peggiore di chi si fa idolo di se stesso. Quindi ridere di se stessi è un rimedio contro la tentazione di divinizzarsi o di darsi troppo importanza. La grande matrice di questo ridere ebraico viene da Abramo. Egli riceve l’annuncio dai tre arcangeli che avrà un figlio da Sara; - allora lui, scoppia a ridere, e dice: come? Io cento anni Sara novanta ed è sempre stata sterile. E l’arcangelo dice: vabbè ridi, ridi pure. Vedremo! Più o meno è così raccontata nella Bibbia. Si produrrà l’evento e Sara rimarrà gravida da Abramo e allora Dio, che ci piace immaginare abbia riso dei due diffidenti, dice a Sara ed Abramo: voi chiamerete questo vostro figlio Isaac. Isacco che in ebraico vuol dire colui che ride. Pardon, colui che rise. E Abramo, a questo proposito, dirà: le genti rideranno di me perché io ho riso di questa cosa. Il ridere si coniuga come dimensione del miracolo quindi l’utopia di ciò che si crede impossibile. E qual’era l’utopia in cui Abramo non credeva: che un uomo anche anziano quando sia nelle condizioni di spirito alto può essere ancora fertile. Non c’è limite alla fertilità. Allora perché si collega la dimensione dell’utopia alla dimensione del ridere? Perché l’utopia della santità, della libertà, del rispetto della vita ha bisogno del riso e soprattutto del riso auto-delatorio, rivolto a se stessi per impedire – appunto - che prendersi sul serio trascorra nella idolatria del sé – che è la peggior forma di idolatria che esista. Infatti vediamo che tutti i grandi tiranni non avevano il minimo senso dell’umorismo.

D. Che differenza c’è fra l’umorismo jiddish e quello goj o comunque non ebreo?
R. Le differenze sono molte. Una principale è che l’umorismo ebraico è – ripeto – autodelatorio fino alla ferocia. Raramente si riscontra questa capacità se si esclude l’umorismo britannico che ha la stessa natura autodelatoria. Infatti, non a caso, l’Inghilterra è il primo paese democratico. E poi, però, l’umorismo ebraico è direttamente correlato, è un umorismo di gente vessata, perseguitata. Quella ferocia vertiginosa può nascere solo da generazioni di perseguitati che hanno conosciuto il limite estremo del pericolo, ma non solo; l’umorismo ebraico – a mio parere – ride contro Dio, con Dio, verso Dio, mai senza Dio.

D. Quindi è un umorismo non ateo?
R. E’ un umorismo non ateo anche quando ateo vuole esserlo. Ti faccio un esempio. Una famiglia di ebrei secolarizzati, Blumenthal manda il figlio al famosissimo Trinish college. Il giovane, dopo sei mesi, va dal padre e gli dice: Papà io sono illuminato, sono un nuovo David, io ho scoperto la bellezza della prospettiva trinitaria, questa cosa straordinaria della trinità. Il padre lo guarda con aria scettica e gli fa : David ti scongiuro, riprenditi. Noi ebrei crediamo in un solo Dio. E in particolare noi Blumenthal non ci crediamo.

D. C’è un limite oltre il quale il motto di spirito ebraico, o la semplice battuta, si blocca?
R. No! Io ti posso dire – anche se io non le racconto – che sono nate anche storielle sui lager nei lager. Noi abbiamo una strana opinione di cosa sia successo in quei luoghi di grande dolore. Ma che cosa è successo negli uomini che erano abituati a ridere e far ridere? Mi chiedo sono morti tutti in quei lager uomini seri e uomini ridicoli…e hanno smesso ridere del tutto…ma è davvero così? Io sono reduce da un commovente episodio che mi sta facendo pensare, non mi lascia, c’è qualcosa che tormenta in qualche modo. Ho un amico che è stato ad Auschwitz. E’ un uomo straordinario, un uomo molto bello, fa piacere vedere la sua bella faccia luminosa, la chioma candida, un toscanaccio, si chiama Ledo Fiani, va spesso in televisione, uno di quei testimoni della comunità. Ledo, quando viene da me, essendo un toscanaccio ama le battutacce e mi dice: tu sei bravo ma se vengo io sul palcoscenico ti distruggo. Ti fo nero, Dio bono. E tutte le volte fa così perché mi vuole molto bene ma mi tratta con quella rudezza per non lasciarsi andare. E’ venuto a vedere l’ultimo mio spettacolo sulla mamma dove io ho messo due canzoni. Una è: “Mamma sono tanto felice” di Cherubini-Bixio. L’ho trovata in una versione jiddish degli anni ’60 e l’ho messa in jiddish. Poi ho messo una canzone francese dei primi anni ’40 che si intitola ”Ie suis seul ce soir”. Noi siamo una compagnia di orfani in cerca di una madre che non ’è più e lui, il protagonista, è un vecchio attore di varietà orfano che ancora bacia la mamma e dice la mia mamma è bella. Verso la fine dello spettacolo, lui corre via dalla poltrona, piangendo e mi abbraccia (cosa che non aveva mai fatto in tanti anni di conoscenza) e mi dice: - Io ti sono debitore non so dirti di quanto. Tu mi hai restituito una gioia, un’emozione, mi sento bene, oh come mi sento bene. Non sai quanto io ti ringrazi.
“Ma perché gli ho chiesto. Lui ha detto: - “ La canzone “Mamma son tanto felice” mi ha salvato la vita. Io cantavo per le S.S. questa canzone e poi anche l’altra, quella francese. Nel giugno del ’44, tu sai che a Parigi, i Tedeschi fecero una grande retata degli ebrei e arrivavano treni carichi ad Auschwitz. Non so se tu sai che quando noi avevamo l’appello – che era una delle cose più terribili del lager – l’orchestrina suonava. Però c’erano degli intervalli fra una squadra e l’altra che partivano per il lavoro e l’orchestrina suonava o su richiesta delle S.S. di guardia oppure lasciavano che suonassimo quello che volevamo e i Francesi cantavano questa canzone, cioè “Je suis seul ce soir”. Queste due canzoni – io pensavo – che gli avrebbero potuto riaprire la ferita ed invece – guarda che cosa strana – hanno avuto un effetto catartico. Questa riflessione non mi ha più lasciato. E la trovo una cosa straordinaria. Noi non capiremo mai che cosa è successo nei lager. Mai! L’umorismo ebraico non si ferma neanche davanti a quella morte se no sarebbe fare un mito di Auschwitz – e neanche questo si può. E’ proibito.

D. Hai mai pensato, dopo lo spettacolo su Kafka, di portare sulla scena anche dei testi di altri autori ebrei del teatro cosiddetto tradizionale?
R. No. A me non interessa il testo in quanto tale. Un grande intellettuale triestino (tu sei venuto a Trieste e potrai ricordare) Bobi Boslen diceva: Io scrivo solo note a piè di pagina. Anch’io dicevo che Boslen in questo manifesto del suo acuto spirito ebraico rileva che il commentario diventa più importante del libro. Pertanto anche a me interessa più la nota a piè di pagina che il resto. Come diceva il mio maestro, Taddeus Kantor: Gioco con esso e mi prendo tutta la libertà, lo sottraggo. Il testo – mi ha insegnato Kantor – dev’essere un elemento dell’anarchia democratica che regna sulla scena, alla pari con il resto, non di più, con l’attore, col costume. Tutti eguali. Perché mettere in scena un testo è già una scelta. Io creo un evento scenico e il testo fa parte di questo evento. Quindi raramente io uso un solo testo.