| Aldo Moro. Una
tragedia italiana |
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di Carmelo La Carrubba |
Roma
ore 9,45 del 16 marzo 1978. Aldo Moro, presidente della D.C.
viene sequestrato dalle brigate rosse mentre i cinque uomini della
scorta vengono uccisi. La storia politica e umana di Moro si consumò in
55 giorni al termine di una lunga prigionia in cui di fronte al ricatto
dei terroristi primeggiavano i sostenitori di una trattativa che poneva,
in primo piano, il valore della vita umana, alla quale ogni altra
considerazione va subordinata. A questa tesi si opponeva il partito
della fermezza nella convinzione che cedendo ai terroristi si aprisse
una spirale di ricatti che avrebbe messo a repentaglio la stessa
concezione dello Stato.
Oggi si conosce il pericolo del terrorismo e quali conseguenze può
produrre il cedimento ai loro ricatti. Su questa tematica è in scena lo
spettacolo “Aldo Moro. Una tragedia italiana.” Al Teatro Ambasciatori
per lo Stabile catanese che rappresenta la cronaca del più tragico
sequestro politico del nostro secondo dopoguerra in cui attraverso i
filmati d’epoca , le lettere, i commenti, i punti di vista e la
ricostruzione dei fatti – almeno quelli conosciuti – si perviene al
drammatico epilogo.
E’ uno squarcio drammatico in cui la svolta politica di Moro accetta di
fare entrare i comunisti nella maggioranza – dopo decenni di opposizione
– venendo in soccorso a Enrico Berlinguer che ipotizzava il compromesso
storico sulla scia dell’elaborazione togliattiana per la via italiana al
socialismo.
Questa cronaca sulla scena è ricostruita dall’attore Lorenzo Amato,
nelle vesti del narratore, in maniera attendibile mentre il personaggio
di Aldo Moro è incarnato da Paolo Bonacelli che attraverso la
lettura delle lettere dell’uomo politico ne ricostruisce il dramma umano
e il clima che portò al tragico epilogo. Non c’è dubbio che
l’atteggiamento fermo dello Stato segnò – pur nella sua disumana
necessità – il declino delle brigate rosse e gli anni di piombo che li
caratterizzarono creando i presupposti per un dialogo fra le parti
politiche più convergente verso interessi nazionali. In questo processo
al Palazzo - scriveva Pasolini sul Corriere della sera dell’1.2.’75 -
l’unico a pagare con la vita fu il meno implicato di tutti nelle cose
orribili che sono state organizzate dal ’69 ad oggi, nel tentativo,
finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere.
La scena di Gianni Silvestri è essenziale: in essa è simbolizzata la
prigione in cui visse e da dove scrisse le lettere Aldo Moro.
L’interprete di questo testo scritto da Corrado Augias e Vladimiro
Polchi, attraverso la lettura delle lettere, fatta senza la maschera
della finzione, fa rivivere quei momenti duri, drammatici, umanamente
terribili in cui l’uomo più che riferirsi agli ideali della sua vita è
sopraffatto dagli affetti familiari e dalla incomprensione dei colleghi
onorevoli del suo partito. Lo spettacolo ha i suoi momenti migliori per
la regia di Giorgio Ferrara quando esibisce i filmati d’epoca in cui
documenta la drammaticità del momento efficacemente sottolineati dalla
musica di Marcello Panni e dalla narrazione di Lorenzo Amato; mentre la
lettura delle lettere fatta da Paolo Bonacelli non sempre riesce a fare
elevare il dramma personale dell’uomo Moro a simbolo di una tragedia
nazionale.
Sicuramente i limiti sono del testo che non vanno al di là
dell’informazione senza scavare troppo nel contesto storico: è una
lezione di educazione civica per un pubblico costituito dalle
scolaresche che affolleranno le recite mattutine. La metafora di quello
che sono stati gli anni di piombo è ancora da scrivere anche se il
protagonista può rimanere Aldo Moro ma non solo.
L’atto unico di cui parliamo ha suscitato interesse alla prima e i
protagonisti dello spettacolo sono stati applauditi per la loro fatica e
bravura.