Morte di un commesso viaggiatore
di Carmelo La Carrubba




La creazione di uno spazio tragico fuori da ogni naturalismo è la prima impressione che si ricava nell’assistere allo spettacolo “Morte di un commesso viaggiatore” (1949) di Miller in scena allo Stabile Verga di Catania nella versione italiana di Masolino D’Amico, le scene e i costumi di Valeria Manari e la regia di Marco Sciaccaluga. Una versione in cui il teatro afferma la sua specificità così come il palcoscenico mostra di essere il luogo dove tutto può accadere e in cui passato e presente acquistano una forza particolare lasciando allo spettatore il compito di dare una gerarchia spaziale e temporale all’ azione di una narrazione unitaria.

Nel teatro di Miller, al centro della sua indagine drammaturgica, sta la crisi di fiducia verso il “mito americano” del benessere a tutti i costi ma soprattutto della inadeguatezza dell’individuo verso il “self made man” in cui si scontrano i limiti individuali coi dettami di una società spietata con i deboli e gli inadeguati. Il capolavoro di Miller è tale perché rappresenta la tragedia di una famiglia americana nel quotidiano che comunque coinvolge una società e ne diventa metafora in quanto rappresentando i propri fallimenti ne svela quelli della società civile.

E’ la storia di Willy Loman in cui è facile riconoscere l’uomo comune che per tutta la vita si è sacrificato svolgendo con il massimo scrupolo un lavoro anonimo nella speranza di preparare ai figli un futuro brillante, ma che non regge al trauma della consapevolezza di non essere riuscito a costruire niente. In questo fallimento del protagonista che subisce il disprezzo dei figli che vedono negli insuccessi del padre un comodo alibi per i propri. Eppure in tanto disastro affiora forte l’amore dei figli per il padre anche dopo un alterco drammatico con lui, perché dicono di non odiarlo. Eppure la sconfitta di Loman di fronte alle difficoltà del quotidiano, il suo suicidio appare più che il cedimento di un debole, una estrema rivendicazione di dignità poiché ha scoperto nell’amore del figlio controverso e tormentato ma reale la forza per opporsi alle regole che costringono a essere per sempre sconfitti. Infatti Loman con il suicidio garantisce alla famiglia i ventimila dollari dell’assicurazione e così testimonierà inoltre che la riuscita di un uomo non è legata soltanto al successo sociale. Per cui quest’uomo e questa società che sono alla ricerca della felicità quando non la ottengono oltre ad essere infelici si sentono maledetti. Una sensazione individuale di frustrazione e di infelicità che si ripercuote in un quotidiano amaro e senza speranza in cui alle speranze iniziali si sostituisce la considerazione di essere nel vortice di un fallimento che coinvolge l’individuo e la sua famiglia in cui spicca l’annosa considerazione, in vicinanza della fine, che si è pagata l’ultima rata del mutuo della casa che altri abiteranno.


In questo dramma spicca il ruolo dell’attore e di un cast di buoni attori in cui primeggia un Eros Pagni, quale eroe tragico, che ha scambiato per forza morale la sua debolezza credendosi un vincitore ed invece è solo un imbonitore senza amici che con l’avvento della vecchiaia vede definitivamente crollare le sue illusioni e i suoi sogni. Pagni interpreta con assoluta naturalezza il suo dramma di uomo contemporaneo ricco di fragilità e incomprensioni. Orietta Notari è la moglie Linda, casalinga e mito consolatorio della forza interiore della famiglia, necessaria al vivere ma mai riconosciuta dagli altri; unica ad essere consapevole del dramma familiare. Gianluca Gatti e Ugo Maria Moroni, i figli, rappresentano il fallimento di Loman.

Ben caratterizzati gli altri personaggi che si muovono con particolare bravura scenica. Marco Sciaccaluga seguendo il protagonista dall’emiciclo mobile che sta al centro della scena e dalle otto porte che vi si aprono ha impostato l’azione del commesso viaggiatore in maniera vera e metaforica ad un tempo puntando sull’attore e sul personaggio che rappresentano di questa società il simbolo e la crisi con una puntuale scansione dei tempi scenici e una unitarietà del racconto che rendono lo spettacolo perfetto nella sua realizzazione.

Ben apprezzato dal pubblico che lo ha applaudito con calore alla fine dello spettacolo.