Nastienka e il Cantore
di Carmelo La Carrubba


Ricavare la leggerezza dal racconto scenico dalla profonda riflessione letteraria è una frase facile a dirsi ma difficile da realizzarsi se riferita ad uno spettacolo che ha l’ambizione di esprimere la purezza del rito.
E’ quanto ha fatto Gioacchino Palombo nel suo spettacolo “Nastienka e il Cantore” in scena al Teatro Musco per lo Stabile di Catania dal 27 febbraio al 1 marzo nell’ispirarsi al racconto di Rainer Maria Rilke “Come il vecchio Timoteo morì cantando” che fa parte di altri racconti “La storia del buon Dio” (1900) pubblicato quando il poeta praghese aveva venticinque anni.
In questo breve racconto c’è una ricchezza di contenuti che spaziano dal sacro all’amore libero, alla necessità della trasmissione orale delle antiche tradizioni nonché dei canti sacri , dalla continuità fra padre e figlio in questa missione, da una nostalgia per il passato che non ammette aperture in una terra, la Russia,al tempo in cui confinava con Dio.
Anima di questo racconto è Nastienka, una contadina, che ama il figlio del Cantore Timoteo e lo sposa contro la volontà del padre che vede così interrompersi la tradizione della trasmissione del racconto orale e spezzarsi il rapporto col figlio anche perché non vuole affidare questi canti ad altri.


Dopo che Nastienka è stata abbandonata dal marito diventa una mendicante e racconta come – senza alcun rancore verso gli altri – si è svolta la sua vita.
Una storia semplice che trova nella drammaturgia del racconto scenico la sintesi fra la parola ricca di echi e di significati e la musica dei canti eseguiti magistralmente dal vivo, armoniosi e suggestivi, da Juri Camisasca: in cui è presente la nostalgia di un passato.
La purezza dei suoni fa eco alla essenzialità dei gesti della protagonista, alla misura ed a un linguaggio del corpo che è quasi un eco della parola con cui la protagonista narra quasi a sé stessa – ma è presente sulla scena Maria Cirello che la visualizza – la sua vicenda mentre si riscalda le mani bevendo qualcosa di caldo.
La scena di Palombo – sua la regia – si presenta quasi nuda con poche suppellettili e l’armonium che serve a Juri Camisasca a essere protagonista evocativo e suggestivo di una storia e di un mondo passato.
Ilenia Maccarrone – come era nelle intenzioni della drammaturgia di Gioacchino Palombo – è stata misurata ed essenziale fino all’osso rendendo così possibile il connubio della parola con il suono melodioso del canto, la sua purezza e la suggestione di una musica che tende a coinvolgere.
Non convenzionali ma pertinenti i costumi di Riccardo Cappello e le luci di Franco Buzzanca che ha creato l’atmosfera adatta al suo svolgimento.
Pubblico attentissimo per i quasi sessanta minoti dello spettacolo fino all’applauso finale intenso e convinto per una rappresentazione che più che commuovere fa riflettere anche per la bravura di tutti