Natale in casa Cupiello
di Carmelo La Carrubba

 

Approfondire la coralità del testo di Eduardo De Filippo “Natale in casa Cupiello” scritto fra il 1931 e il 1934 e inserito successivamente nella “Cantata dei giorni pari” da parte di un solo attore che ne cura l’adattamento non è impresa da poco, se poi, nella nuova lettura drammaturgica si evidenzia quanto la solitudine e l’incomunicabilità dei personaggi sia lo specifico di questa tragicommedia.
Questa favola amara sul presepe e sulla grande metafora che ne deriva è stata raccontata da Fausto Russo Alesi nello spettacolo “Natale in casa Cupiello” di Eduardo, sua l’interpretazione e la regia, in scena al Teatro Musco per lo Stabile di Catania dal 14 al 20 maggio.
Il lavoro attorale di Fausto Russo Alesi consiste e nell’impadronirsi e nell’interpretare – lui palermitano (dalla parlata dura , sprezzante) trapiantato a Milano – e nell’acquisire le voci melodiose dei napoletani dal protagonista Luca Cupiello che del dispettoso fratello Pasqualino , dall’autoritaria moglie Concetta, dalla figlia: la seducente Ninuccia e di tutti gli altri che compongono la vasta partitura eduardiana in uno spettacolo intenso e faticoso lungo un percorso scenico di due ore e dieci minuti senza intervallo con l’aggravante che gli spettacoli ormai, per motivi sindacali, iniziano co mezz’ora di ritardo indispettendo più che convincendo il pubblico verso una battaglia che si dovrebbe svolgere in altra sede e di cui lui è diventato la vittima sacrificale: col risultato che parecchi del pubblico sono andati via prima dell’inizio dello spettacolo.
Dalla precarietà dei tempi attuali ci trasferiamo alla precarietà di casa Cupiello in cui circola il silenzio e quando si parla non ci si ascolta più e cosa ancora più sgradita non si accetta più reciprocamente e il presepe che doveva essere motivo di aggregazione così com’è nel rito della festa diventa occasione anti aggregante in cui emerge l’assoluta incapacità all’interscambio fra i componenti della famiglia.
Ripeto: una favola amara in cui emerge la bravura di Fausto Russo Alesi che ha voluto – al contrario di quanto fece Eduardo che semplificò molto il dialetto napoletano – ridarci della “parlata” quanto di più vero in essa è contenuto attraverso il richiamo all’autenticità dei colori e dei suoni che sono tipici – come si sa – del vernacolo partenopeo.
In una scena realizzata da Marco Rossi che documenta lo squallore di un paesaggio terremotato attraverso una casa disastrata si muove il polimorfo Alesi creando un linguaggio scenico suggestivo – attraverso brevi itinerari – in cui emergono e rivivono Luca e Concetta, Pasqualino e Ninetta vittime di una amara e sconcertante solitudine – che soffoca ogni identità e mette sotto accusa la vita di una famiglia alla ricerca vana di una felicità fuori di ogni quotidianità.
Musiche di Givanni Vitalietti: ormai , parole e musiche si fondono in quell’orchestrazione creata dalla regia di Alesi che si risolve in un linguaggio in cui la parola dell’attore mostra tutta la sua forza evocativa.
Lo spettacolo è stato seguito da un pubblico attento per tutta la durata della rappresentazione ccon applausi finali.