Per non morire di mafia

di Carmelo La Carrubba

 

 

Quella che poteva essere una serata noiosa è stata il trionfo di uno spettacolo di alta civiltà con risvolti emozionali intensi per un pubblico che silenzioso fino alla fine ha tributato una valanga di applausi per ringraziare e testimoniare il suo assenso.

E’ lo spettacolo andato in scena al Teatro Musco per lo Stabile catanese “Per non morire di mafia” di Piero Grasso, dal libro autobiografico del Procuratore antimafia, nella versione scenica di Nicola Fano, adattamento drammaturgico di Margherita Rubino, regia di Alessio Pizzech, scene di Giacomo Trincali, musiche di Dario Arcidiacono, canti tradizionali Clara Salvo, luci di Luigi Ascione. Questo complesso artistico è riuscito a trasformare una lezione che di per sé è noiosa – per quanto il tema sia su mafia, economia e potere in un intreccio micidiale – in uno spettacolo dove il Teatro si riconduce alla sua funzione civile ed evocativa attraverso la vita di un magistrato: Piero Grasso.

 

Uno spettacolo sulla mafia in Sicilia, a Catania, è come parlare di corda in casa dell’impiccato e nessuno può dire di non conoscere l’argomento ma assistere alla storia di un uomo, al suo travaglio psicologico, alla sua solitudine a volte, del suo magistero che trova tanti esempi nella nostra città, rende ancora più interessante ed inquietante l’argomento. E per quanto la scena riproduca il bunker dove i magistrati Falcone, Borsellino, Piero Grasso prepararono il maxiprocesso a Palermo “somiglia”, con la sua immensa lavagna, ad un’aula per una lezione in cui aleggia la figura straordinaria del giudice Caponnetto che di questa squadra ne fu struttura e anima non c’è aria di “predica” ma spettacolo e per il sapiente impianto scenico e drammaturgico e per l’interpretazione magistrale di Sebastiano Lo Monaco che ha dato spessore umano al personaggio del Procuratore.

 

Da quando lo spettacolo si apre con il vocio dei bimbi che rievocano l’infanzia di Grasso che giocando con i coetanei alla “tana” amava gridare: Liberi tutti! Grido che nel finale dello spettacolo si trasforma nel grido di tutti noi quando la lavagna viene rovesciata e diventa uno specchio che riflette il nostro assenso.

Lo Monaco – col suo personaggio – ha saputo fare riflettere emozionando il pubblico attraverso la rievocazione di momenti amaramente “umoristici” come quando, nei panni del giudice, va a comprare una tuta al figlio e scopre che un tale da lui condannato a otto anni, dopo due, è libero. Oppure – quando – rivela un segno del destino che lo voleva di ritorno da Roma a Palermo con Falcone e per un disguido deve prendere l’aereo di linea mentre in mano tiene un accendino d’argento, regalo del suo amico Falcone, che gli e l’ha dato perché ha smesso di fumare ma con la promessa di riaverlo indietro se avesse avuto un ripensamento. Capaci azzerò tutto.

 

La grande “lezione” di Grasso è nello spiegare a tutti come l’ossigeno che respira la mafia si rafforza attraverso il silenzio, i silenzi, che danno nuovo ossigeno ai mafiosi: ciò vuol dire cittadini sempre meno liberi. Il ritratto che ne esce fuori di quest’uomo a cui ha dato voce vibrante e fisicità Sebastiano Lo Monaco è quello di una personalità lucida nel pensiero e determinata, non piegata anche quando era in pericolo lui e la sua famiglia e che ha combattuto contro il crimine per il trionfo della legalità.

 

Un monologo che è durato poco più di un’ora e che nella interpretazione del Lo Monaco è sembrato “brevissimo” perché questo attore ha dei tempi scenici che non indulgono in pause, niente compiacimenti ma concentrato nello scavare e dare voce al personaggio, facendolo rivivere in tutti i suoi momenti di rabbia e di dolore, di sdegno e di paura, di civile coraggio nel riaffermare il bisogno di legalità.