Occidente solitario

di Carmelo La Carrubba

 

 

In un mondo dove regna la solitudine e i rapporti umani sono dominati dalla violenza e in cui aggressività e disperazione mascherano un intimo e malcelato bisogno di affetto si svolge una tragedia assurda dai risvolti grotteschi. E’ la storia di due fratelli: uno che uccide il padre per un rimprovero non gradito e l’altro complice loricatta per avere la sua parte di eredità. “Occidente solitario” dell’anglo-irlandese Martin McDonagh è lo spettacolo in scena al Centro Zo per lo Stabile catanese ed è ambientato in un modestissimo appartamento di un villaggio dell’Irlanda che non ha niente di tipico ma può rappresentare quella società di disadattati nella quale viviamo in cui è evidente la scomparsa dei valori etici e religiosi qui interpretati da un prete cattolico sempre ubriaco che cerca di aiutare e redimere gli altri senza riuscirci e che deve costatare che omicidi e suicidi sono frequenti fra i suoi parrocchiani. In uno sprazzo di lucidità in cui percepisce non solo la sua inadeguatezza al ruolo di sacerdote e non percependo come i due fratelli che vorrebbe avviare verso rapporti più umanamente civili, siano irredimibili; e, infine, non ascoltando e non nominando nella lettera testamento ai due fratelli la ragazza che mostra più che affetto nei suoi confronti, si suicida.
Questa tragedia dei due fratelli in eterno conflitto fra loro che vivono fra litigi, dispetti e vendette crudeli mette a nudo la miseria del loro mondo interiore ma soprattutto la violenza nei loro rapporti che potrebbero sfociare – eventualità paventata e scongiurata dal prete – in una strage.
La lettura scenica che ne ha fatto Juan Diego Puerta Lopez, il regista, è stata quella di evidenziare l’assurdità delle situazioni che si vengono a creare e come una tragedia abbia in sé i risvolti di una commedia in cui la frantumazione del dramma si dissolve in umorismo noir e quanto poteva grondare lacrime diventa sorriso amaro ma liberatorio di una situazione che - nella volontà dell’autore e del regista – ci potrebbe coinvolgere tutti. Ed è così che il pubblico coinvolto in questo capovolgimento di fronte passa dalla tragedia alla farsa e ride di fronte a situazioni che esasperando i rapporti dei personaggi fino all’estremo si dissolvono nel nulla quotidiano.
Merito della regia è quello di aver impresso per tutta la durata dello spettacolo ritmi comici incalzanti dove le pause sono annullate da una scorrevole narrazione scenica capace di passare da scene dure e fisicamente evidenti come quelle dei due fratelli ad altre far il prete e la ragazza che vanno da uno struggente lirismo ad una tragedia che si dissolve nel buio della notte.
Ben strutturato il testo che però abbonda e si compiace di una terminologia fatta di poche “turpi” parole che per quanto a volte essenziali – con la loro pochezza – ad esprimere il vuoto di quel mondo non sempre risultano essenziali nella loro ossessiva ripetitività.
Claudio Santamaria – ottima la sua prova – ha espresso col suo personaggio l’infantile criminalità di un soggetto in cui crudeltà e affetto convivono in maniera distorta. Filippo Nigro, il fratello, nel ruolo speculare mostra col suo personaggio, la miseria di una natura povera e dispettosa. In questo vuoto di valori che non riesce a colmare col suo ruolo di prete Massimo De Santis che – pur affogando nell’alcool la sua solitudine – paga la mancanza di fede con la vita.
Il dolce nel fondo del cast: Nicole Murgia interpreta un personaggio delicato in un mondo spietato dove anche lei mostra i muscoli per nascondere quel bisogno di amore che è in un animo giovane.
Tutti insieme esprimono un mondo infelice senza speranza da cui sgorga anche se in nero un umorismo che facendo riflettere può fare amaramente sorridere per due ore ininterrottamente, un pubblico di giovani che ha applaudito a lungo i quattro bravi attori.