Oh Dio mio!
di Carmelo La Carrubba

 


E’ consuetudine dell’ebreo parlare giornalmente con Dio e le storielle ebraiche sono ricche di questi “colloqui” fra l’uomo e Dio ma quello che ci propone la scrittrice israeliana Anat Gov nel suo testo dello spettacolo “Oh Dio mio!” in scena al Teatro Musco per lo Stabile catanese è davvero sconvolgente: Dio telefona alla psicologa Ella perché si sente depresso.
La tesi è paradossale oltre che inverosimile ma affascinante per i risvolti umani che offre: pensare che l’Altissimo sia in crisi e telefoni ad una psicologa affermata, madre single di un ragazzo artistico, per parlare con lei è un avvenimento epocale. Quando i due si incontrano l’uomo-Dio svela il motivo del suo riserbo: la profonda crisi depressiva in cui è caduto è frutto della delusione per la sua creazione.
L’atto unico in cui si svolge la trama dello spettacolo ha la consistenza del dramma ma l’andamento della commedia in cui è possibile sorridere a ripetizione sia per l’intelligente dialogo fra i due attori sia per le battute pertinenti che scavano in profondità in quanto non si affrontano soltanto motivi religiosi o esistenziali ma anche storici da cui affiora la tragedia dei campi di sterminio nazisti dove è “insopportabile” (come è stato detto) che Dio permettesse una simile crudeltà fra uomini.
Altro tema inquietante è la fragilità dell’Onnipotente che discute anche della sua eternità che in fondo non esisterebbe se lui mettesse in atto il giudizio universale e distruggesse l’umanità fino all’ultimo uomo. In questa “utilità” reciproca fra l’uomo e l’Altissimo mi ricordo di un vecchio film francese con la regia di Delannois che aveva un titolo scandaloso: “Dio ha bisogno degli uomini”.
Ma ritorniamo allo spettacolo che riesce a rendere colloquiale temi così alti e trovare un linguaggio scenico appropriato sia ai contenuti che alla comunicazione in cui i due attori principali, Viviana Toniolo e Vittorio Viviani – l’altro Roberto Albin, nella parte del figlio artistico, è espressivo pur nell’eloquente silenzio – esprimono un coinvolgimento completo che trascina il pubblico.
Ottima la traduzione e l’adattamento di Enrico Luttman e Pino Terno; merito della regia attenta di Nicola Pistoia che ha saputo dettare i ritmi scenici incalzanti senza inutili pause, è stato ancora quello di aver padroneggiato la vastità del tema senza annoiare. Infine il finale consolatorio è in linea con i contenuti dello spettacolo e viene effettuato con l’intensità di una battuta brillante.
Pubblico riflessivo e plaudente durante tutto l’arco dello spettacolo con rinforzo finale.