"Opèra comique" 
 

Catania è terra di comici e lo Stabile catanese non poteva non esordire inaugurando l’annata teatrale 2006-2007 all’insegna della comicità con “Opèra Comique”, la commedia musicale di Nicola Fano, tratta da un’idea di Antonio Calende che ne cura la regia e con protagonisti due attori molto affiatati Tuccio Musumeci e Pippo Patavina che di questa tradizione sono oggi gli autorevoli rappresentanti.
Uno spettacolo che vuole essere espressione della commedia dell’arte e del melodramma con, sullo sfondo, l’ombra di Gioacchino Rossini, del suo genio musicale e del mistero del suo grande silenzio che ebbe inizio nel 1829, a soli trentasette anni e che all’apice di una carriera ricca di trionfi smise di comporre. Da allora fino alla sua morte, 1868, fu silenzio ma contemporaneamente nacque il mito del maestro, della sua bravura; c’era anche l’esigenza di un mercato che aveva fatto grandi incassi con le sue opere e che ora languiva. Pertanto c’era nell’aria un’ansia e l’attesa per la “nuova opera” di Rossini che sarebbe andata in scena . Da questo contesto storico nasce il testo con un’incredibile storia – fra comicità popolare e opera lirica – fra melodramma colto e la comicità dell’avanspettacolo e della farsa. La trama è semplice. Due poveri diavoli vengono inviati a Parigi, dove viveva Rossini che aveva richiesto un cuoco napoletano, dall’impresario Barbaja legato al San Carlo di Napoli, per comprare a qualunque prezzo l’ultima opera del maestro che tutti i teatri d’Europa si contendevano. I due protagonisti, catanesi, sono due poveretti finiti in galera e fatti uscire dall’impresario, pasticcieri con l’hobby della lirica; uno aspira a fare il librettista ma ancora non ha scritto un solo rigo di un libretto mentre l’altro, il musicista, è in cerca di nuovi motivi e quelli che compone non sono altro che le musiche delle opere rossiniane per cui alla fine sconsolato e rassegnato dirà che a lui non è rimasto altro da comporre perché tutte le opere erano state musicate dal maestro.
I due protagonisti esprimono una purezza di pensiero dalla pochezza disarmante che è tipica dei comici che con la loro inadeguatezza creano le premesse e la caratteristica della loro comicità. In questo genere eccelle la coppia Musumeci-Pattavina con il primo che si distingue per le battute fulminanti, caustiche, vere sciabolate sullo sviluppo logico della scenetta che ne spezzano il ritmo mentre il secondo tende istrionicamente ad esasperare la situazione. Il primo atto alterna brani musicali cantati dal vivo e scenette comiche interpretate da Musumeci e Patavina nei ruoli di Bartolomeo e Basilio e di volta in volta il dialogo si allarga con Francesco Benedetto nel ruolo dell’impresario Barbaja o del suo segretario Marzio, Carlo Ferreri o con Roberto Bencivegna o Stefano Galante nei panni del cameriere di Rossini o con Ninette la capo cameriera interpretato splendidamente da Rossana Bonafede in un ruolo di stampo martogliano che canta e recita in maniera spumeggiante.
Su questa alternanza di musica e comicità si muove lo spettacolo ma le due componenti, pur qualitativamente pregevoli, raramente si fondono. E se la predominanza comica nel primo atto ha riscosso molti applausi per la speditezza dei tempi scenici e la comicità delle situazioni non altrettanto si è visto nel secondo atto quando ha predominato la componente lirica. Emblematica diventa la battuta di Bartolomeo nel “concerto per cazzalore, mestoli e coperchi” che poteva farsescamente dare l’impronta a tutto l’intero atto e forse era un’idea valida che la regia ha proposto e scartato preferendo nel gioco scenico del teatro nel teatro portare “I promessi sposi” musicati, un melodramma che è sembrato - mi si perdoni la battuta – come offrire i cavoli a merenda; mentre i comici stavano seduti, in silenzio, in cucina e la storia di Renzo e Lucia veniva cantata sulla scena calava sullo spettacolo un velo di noia che credo neppure il melomane più accanito poteva apprezzare. Ma c’è tempo per rimediare .

Carmelo La Carrubba