L'Orestiade di Eschilo
di Carmelo La Carrubba



L’appuntamento annuale sul colle del Temenite nell’anfiteatro greco di Siracusa è quest’anno con Eschilo e la sua trilogia, l’”Orestiade” che affronta il passaggio dalla barbarie alla civiltà. Attraverso “Agamennone”, “Coefore” ed “Eumenidi” dalla vendetta che chiama vendetta, dal delitto che genera delitto si perviene alla nascita di un ordinamento democratico in cui la Giustizia viene amministrata da un tribunale. Rivendicando al teatro di essere il luogo di essere il luogo in cui si possa riflettere nonché la sede in cui il popolo possa rendere vera la politica. E, a giorni alterni, sono di scena fino al 22 giugno gli spettacoli “Agamennone” e “Coefore” ed “Ecumenidi” in una unica soluzione con la regia di Pietro Cartiglio, sua la scenografia in cui coesistono gli elementi di una società multietnica, la varietà dei costumi e un coro in cui si intrecciano nelle rispettive parlate i vari idiomi mediterranei. Anche la scelta del testo nella traduzione di Pier Paolo Pisolini – voluta da Gassman nel 1960 – rientra in una visione che si allontana decisamente dalla tradizione neoclassica per riportarsi ad una modernità e attualità che renda, quanto più possibile, contemporaneo l’evento che viene narrato sulla scena. Perché la tragedia greca più che rappresentazione di eventi tragici: di fatti di sangue, spesso orripilanti, è narrazione di quegli eventi che si svolgono dietro le quinte e fuori dalla vista dello spettatore che degli sviluppi non ha che da seguire la storia raccontata dagli attori. Un elegante artificio letterario che consente di affrontare qualsiasi argomento senza un eccessivo realismo.

 

Queste tragedie – fra l’altro – ribadiscono un concetto molto in voga che dopo 2500 anni i problemi dell’uomo restano analoghi a quelli di un tempo che fu perché assistendo agli eventi narrati da Eschilo in cui c’è una concatenazione fra umano e divino, si rimane sconcertati per la loro ripetitività e quindi per la conseguente attualità. In questi spettacoli assistiamo all’omicidio di Agamennone per mano di Clitennestra che vuole vendicare il sacrificio della figlia Ifiginenia, immolata agli dei per la guerra di Troia; al matricidio di Oreste che uccide Clitennestra per vendicarne il padre su imposizione di Apollo per arrivare ad un finale liberatorio in cui Oreste è assolto dal tribunale, una istituzione democratica, l’Aeropago, voluto da Atena ma gestito da saggi e cittadini ateniesi. La tragedia è anche per noi spettatori un viaggio nel passato, un modo di guardare nel pozzo; perché è inquietante quello che può affiorare da quel pozzo e di contro diventa rassicurante la razionale civile riflessione democratica che supera ogni evento.

 

In questi spettacoli la regia di Cartiglio ha posto il popolo al posto del coro che accompagnate dalle belle musiche di Matteo D’Amico agisce, canta e balla, e si pone così nella centralità della dialettica nel rapporto democratico fra i protagonisti degli avvenimenti in cui lo stanco eroe Agamennone mostra i segni del vecchio potere ormai corroso che dev’essere interpretato e rappresentato in maniera nuova e diversa. Ruolo ben reso da Giulio Brogi nelle vesti di un eroe fiacco.

Un altro aspetto del potere, ben interpretato da Luciano Roman, con tanta autoironia, è Egisto, novello re: è quello dell’uomo autocompiaciuto e vanesio. Galatea Ranzi nel ruolo di Clitennestra è l’espressione della vendetta; una dominatrice al tramonto della sua vita. Maurizio Donadoni è il Messaggero in un ruolo chiave nell’economia del racconto. Ilaria Genatiempo è una Cassandra di forte impatto scenico in quanto sa esprimere con efficacia l’intenso tormento psicologico che la possiede. Ben caratterizzati i ruoli interpretati da Cristina Spina, Elena Polic Greco, Rita Abela nei panni dei capocori.