Otello
di Carmelo La Carrubba

 


Avrebbe dovuto sapere il nero Otello, uomo rozzo senza cultura ma impareggiabile condottiero, che i fazzoletti non si regalano mai perché sono portatori di lacrime come ogni conclusione di tragedia confermerà. Il barbaro Otello, una forza della natura che non trova riscontro nella società, non pose mente alla superstizione quando si innamorò della bella e bianca Desdemona così come non intuì nel linguaggio di Jago l’inganno di un uomo e di una civiltà diversa della sua. Eppure bastava poco ma preda della gelosia, di quel mostro dagli occhi verdi che si alimenta da sé, il Moro ne fu vittima fino alla tragedia finale.

 

Parliamo dell’”Otello” (1604) di Shakespeare nella traduzione di Masolino d’Amico per la regia di Roberto Guicciardini, interprete Sebastiano Lo Monaco in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese, in cui l’eroe principale si porta dietro un’epicità che tanto lo lega alla Antica Grecia ma nello stesso tempo ha un io che lo fa diverso, figlio di un Novecento ancora attuale. In questo testo, inoltre, c’è una complessità di temi (amore – gelosia, culture fra diversi: bianco e nero, linguaggi che non si incontrano e uomini in preda a perfidi inganni) imbarazzante – ripeto – per l’attualità dei riscontri che ancora aspettano soluzioni univoche. E ancora: viene rappresentata una civiltà in cui vince la manipolazione della parola; Otello conquista la bianca Desdemona, lui nero, per il racconto veritiero delle sue imprese, mentre il racconto falso di Jago fa precipitare la vicenda e la conduce ad una fine tragica. Eppure Otello conosce la magia della parola, la forza della verità che essa possiede ma Jago gli insinua il dubbio e gli frantuma ogni certezza e così è indotto ad assumere su di sé la condanna della diversità e a rivivere nel proprio subconscio il crescendo della propria angoscia.

 

Otello è un barbaro che parla in dialetto e lo fa in maniera veritiera con le cadenze floridiane dell’uomo Lo Monaco anche lui un barbaro e a suo modo, un diverso sia nei confronti della società che del teatro. E tutto ciò che entra nel raggio di azione del suo personaggio subisce un degrado: l’amore che non diventa sublimazione dei sentimenti ma passione distruttiva, ossessione, follia. Nel rapporto con la società scopriamo un mondo senza valori certi cosicché la realtà immaginata si riflette come in uno specchio deformante e si deforma definitivamente.

La regia di Guicciardini scava molto nella psicologia dei personaggi per trovare motivi e giustificazioni in ogni gesto e azione scenica, così Lo Monaco è un Moro pugnace e forte condottiero ma tenero e romantico da innamorato di Desdemona così come nei momenti di follia delirante esprime le ossessioni di un uomo, le sue debolezze, incertezze con toccante evidenza. Di fronte ad un eroe epico, al suo incerto equilibrio, si pongono personaggi dal carattere forte da Desdemona ben interpretata da Marta Richelioti a Jago interpretato nella sua crudele perfidia da Massimiliano Vado, a Ermilia, la donna di fiducia della padrona che non sempre riesce a comprendere la personalità di Desdemona e così gli altri che compongono il cast.

 

Ben funzionanti le scene di Piero Guicciardini simbolicamente inclinate, le luci di Luigi Ascione, la traduzione di d’Amico. Tutto ruota sulla robusta interpretazione del Lo Monaco che calamita l’attenzione del pubblico che calorosamente l’ha applaudito più e più volte.