Parliamo di spettacolo teatrale

di Carmelo La Carrubba

 

Il teatro da sempre ha goduto dei favori della divinità a cominciare da Dioniso ma durante il suo cammino due fantasmi ne ostacolano il rapido svolgimento. I due fantasmi sono l’assenza di pubblico e la noia. Infatti non c’è spettacolo in scena se non c’è almeno uno spettatore in sala. Tant’è che per il cronista il pubblico è una componente dello spettacolo perché ad esso si rivolge l’attore e ne attende alla fine, ma a volte anche prima, il giudizio e, come premio manifesto, l’applauso che ne sancisce il consenso. La presenza del pubblico, inoltre, serve a pagare (almeno in parte) i costi dello spettacolo e dà, col suo umore, una scarica di adrenalina all’attore, favorisce l’interscambio fra sala e palcoscenico ed è spesso la premessa per la riuscita dello spettacolo.


Certamente ad emozionare lo spettatore è l’attore (anche: regista, scenografo, musicista, costumista) che si serve del mestiere e del talento e di tanti trucchi (uno dei quali è l’uso sapiente della claque che spesso è associata a tante luci “ruffiane”) seduce e vince le ultime resistenze dello spettatore.
E’ un dialogo aperto che spesso è condizionato dall’altro fantasma, quello sostanziato dalla noia (così recita il Devoto-Oli : - Senso o motivo di pungente avvilimento psicologico riconducibile ad una costrizione o alla monotonia. ) che uccide con uno sbadiglio l’attenzione dello spettatore fino a farlo crollare in un abbiocco o breve colpo di sonno che spesso – ma non sempre - avviene alla fine dello spettacolo e questi poveretti richiamati alla realtà del momento diventano i più scatenati plaudenti della serata perché l’applauso oltre ad essere liberatorio maschera una imbarazzante defajance.


La noia certamente non si scopre solo a teatro perché – è osservazione comune - dopo un periodo di grande attenzione c’è la pausa, la necessità della ricarica dovuta agli argomenti trattati che non sempre avviene: perché, spesso, si è di fronte ad una brutta rappresentazione. Pertanto senza scomodare – a proposito della noia – gli argomenti alti di sartriana memoria nella interpretazione esistenziale di un avvenimento si perviene – tout-court – allo sbadiglio in cui i minuti sono vissuti, o meglio, sofferti come interminabili ore.
Mutati i tempi e le abitudini cittadine, dall’antichità ad oggi, lo spettacolo ha sempre tempi più ridotti e un testo, oggi, non va oltre i due atti. E al riguardo significativi e importanti sono le opinioni di Brecht che impostava rigorosamente il suo lavoro sulla durata dello spettacolo considerandola uno dei punti fermi della rappresentazione e pertanto le sue performance duravano sempre due ore. Anche Dario Fo insiste nel dire che non si può approfittare della resistenza psichica dello spettatore, della sua pazienza, di non alterare i ritmi individuali anche quelli biologici; ed Albertazzi “Non sono per gli spettacoli maratona e di solito queste operazioni sono esibizioni registiche e se diventano moda è un disastro”.


Però senza voler contraddire i sopradetti uomini di teatro che al riguardo ne sanno moltissimo e senza avere il gusto di rovesciare le proprie tesi o considerandole delle eccezioni, c’è da dire che un’ora può sembrare noiosissima e le dodici ore dei “Demoni” di Peter Stein volare in un battibaleno. Così per gli spettacoli di Bob Wilson che come ricordava Cordelli per lo spettacolo “Deofman Glauce” della durata di quattro ore che lui oltre a vederlo volle rivedere la sera successiva con grande interesse e godimento. Posso testimoniare che parecchi anni fa lo stesso Wilson nelle Latomie nella zona archeologica di Siracusa intrattenne il pubblico per più di tre ore ininterrottamente interessandolo tenendo desta attenzione e amore di conoscenza.


Sicuramente siamo di fronte a fenomeni diversi in cui ci sono valide ragioni in entrambe le parti anche per le spiccate personalità che li propugnano, culture diverse che offrono particolari scritture drammaturgiche, ipotesi di regie inedite per l’alto grado di creatività dei loro autori.


Infine le profonde trasformazioni che sono avvenute – per esempio – nei riguardi del testo: non sempre interpretate in maniera corretta perché, alla fine, si è fatto di tutto “contro” il testo sempre nel nome e per conto dello spettacolo e della libertà di espressione come alibi. Sia lo spettacolo che la libertà di espressione non dipendono – credo- dalla violazione del testo. Anche perché – a costo di essere noiosi – rispettare il testo significa rispettare la verità. E questo è un principio sacrosanto per tutti: attori, registi, autori di testi teatrali, politici, giornalisti.
Da sempre il teatro risponde a quelle esigenze intellettuali, emozionali, civili, sociali, etici, insite nelle aspettative dello spettatore e della società ed è bene non tradirle; per cui un richiamo – una tantum – dopo tanta confusione – alla grammatica delle cose teatrali può risultare utile.


In sintesi: il rispetto degli elementi importanti che costituiscono uno spettacolo di qualità oltre che necessari sono indispensabili ( e non sempre sono garanzia di successo) perché come ben sa lo spettatore il vero problema - sia nella vita che nell’arte – è – fondamentale – il modo come si fanno le cose e quello che fa la differenza – anche in una conversazione – non è solo quello che si dice ma come lo si dice perché così si raggiungono le vette dell’arte, si vince la noia, si mettono le ali alle menti degli spettatori che inchiodati alle poltrone sorridano felici.