Passione
di Carmelo La Carrubba

 

 

La Via Crucis di una passione nella disperata ricerca d’amore è il tema dello spettacolo “Passione” dal romanzo “Passio Laetitiae et felicitatis” di Giovanni Testori, drammaturgia e regia di  Daniela Nicosia in scena dal 19 al 21 dicembre al Teatro Musco per lo Stabile catanese.

Il tema si arricchisce anche nel rapporto con il peccato: nella scena scarna ma simbolica di Gaetano Ricci al centro c’è una Croce grande e ingombrante com’è ingombrante per il peccatore il rigore religioso. E l’autore si ribella e si appella non a Dio ma al Cristo cioè a colui che si fece uomo di carne e sangue per capire gli uomini con le loro passioni irregolari quali l’incesto o l’amore fra donne vissute con grande sofferenza e ribellione: nella polemica e icastica presunzione di volere essere accettati per come si è senza che vi sia nessun atto di contrizione.

Il teso è volutamente provocatorio e blasfemo sia nel modo sia nei fini che si prefigge e lo fa attraverso una prosa barocca ricca di un plurilinguismo che attinge dal latino, dal lombardo veneto, in un impasto corposo per rendere visibili anche aspetti pornografici dell’azione dei protagonisti in una forma accettabile.

Un testo di grande consistenza letteraria per la ricchezza della parola piena di significati e sfumature che per essere intesi hanno bisogno di attori dal grande temperamento che sanno portarlo sulla scena come accade con Maddalena Crippa e il fratello Giovanni che “ricreano” nel linguaggio la drammaticità di quella condizione che solo il palcoscenico può dare.

Quella di Felicita, nome a cui non hanno dato un accento, è una storia molto forte, provocatoria com’è nel credo del suo Autore, è una ragazza sconvolta dopo la morte dell’amatissimo fratello, al limite della follia dopo una violenza sessuale, si innamora del Cristo e si fa suora, scopre l’innamoramento e l’estasi con una novizia trovando la sua natura. La carnalità del testo e la drammaticità delle situazioni fanno riflettere anche sulle contraddizioni della vita e creano situazioni blasfeme nel dialogo col Cristo.

Felicita rivolta al Padreterno dice:” Se Dio ci ha dato questo corpo è importante viverlo nell’amore, nell’eros e per questo si batte fino alla morte, non vuole rinunciare alla felicità, alla scoperta della sua natura.” E’ – diremo oggi – la rivendicazione del diverso come fu rivelata da Testori agli inizi di una rivendicazione che dalla sofferenza iniziale , dalla crisi di coscienza, dalla sofferenza del peccato è pervenuta al “Gay Pride”.

Dare corpo e voce a questa vicenda mistica e blasfema insieme non era facile e soltanto un’attrice ricca talento e temperamento poteva portarla sulla scena attraverso una lingua arcaica ricca di neologismi in cui colto e popolare convivono sia nella protagonista che nel fratello  che veste i panni del narratore creando quella sintesi fra realtà e finzione tanto utile alla verità dello spettacolo.

I costumi sono Silvia Bisconti, il disegno delle luci di Stefano Mozzanti e gli elementi coreografici di Laura Zago, le musiche di grande aderenza e suggestività  - è da ritenere – appartengano alla drammaturgia creata da Daniela  Nicosia.

Pubblico attento per un’ora e quaranta minuti di spettacolo intenso e drammatico che alla fine è sfociato in lunghi applausi da parte di un pubblico, in verità, poco numeroso.

Il pubblico catanese – e la cosa fu notata nel lontano degli Anni Sessanta da Camilla Cederna su un reportage su Catania pubblicato sull’”Espresso” -  per le feste natalizie è il protagonista assoluto del tavolo verde. La città soffre di una endemia ludopatica sconvolgente anche nel presente.