La pazza della porta accanto
di Carmelo La Carrubba

 

 

Da un testo sul manicomio e sulla vita di una donna poeta che visse la sua malattia in uno di questi luoghi paragonati all’inferno non poteva che realizzarsi uno spettacolo forte, inumano: quasi una immersione nell’anima del personaggio che si risolverà in una grande risonanza emotiva.
“La pazza della porta accanto” di Claudio Fava lo spettacolo in scena al Teatro Verga per lo Stabile di Catania affronta il tema dei manicomi e delle malattia mentale attraverso la vita di Alda Merini che conobbe fin da giovane l’internamento in manicomio quando ancora si curava la malattia con metodi rozzi e spesso inadatti e non si teneva in nessun conto la persona affetta dalla malattia mentale. Si doveva arrivare all’epoca Basaglia perché ciò avvenisse ma questo è un altro discorso.
Questo di cui ci occupiamo è un aspetto che caratterizza il teatro-verità che oltre a non presentare aspetti consolatori mette lo spettatore di fronte alle conseguenze della indifferenza o del pregiudizio coinvolgendolo nella vicenda che si rappresenta in maniera totale.
La soluzione – se così si può dire – ci viene dalla vicenda stessa di Alda Merini che pur vivendo con molta sofferenza il calvario della permanenza in manicomio riesce – attraverso la scrittura poetica - a salvare sé stessa dalla malattia e mantenere quell’equilibrio della parola e l’armonia della rappresentazione poetica che è l’essenza stessa della sua poesia semplice, immediata, profondamente sofferta.
L’ideazione scenica e la regia di Alessandro Gassman con la collaborazione di Alessandro Chiti nel creare una regola di segregazione dell’individuo da isolare dal mondo esterno ha qualcosa di inumano nella sua perfetta realizzazione e dà un’idea fortemente realista di quello che è stato il manicomio e della vita che vi si conduceva: dove però è possibile – fra tanta indifferenza – che possa sbocciare anche fra due individui con alterazioni mentali, il segno dell’amore.
E’ quello che succede alla protagonista che realizza il suo sogno di continuare ad amare. Il linguaggio scenico che ne scaturisce ha la drammaticità del tema ma si snoda con molta scioltezza.Creare un personaggio così complesso in un posto dove le regole sono rigide come quelle di un carcere credo non sia stato facile per Anna Foglietta che però in esso ha “trasferito” fisicità e comportamento adattandoli ad una personalità alterata che però non rinuncia ad essere sé stessa, lottando per affermare contro la malattia e la terapia quanto delle sue esigenze fossero irrinunciabili e fra questi la salvifica poesia.
Una interpretazione intensa e profondamente coinvolgente che pur nella coralità della rappresentazione – perché altre vite vivono il dramma di Alda Merini – riesce a mantenere una particolare visibilità.
In sintesi: quello creato da Alessandro Gassman è un linguaggio scenico corposo e a volte aggressivo ma dai tempi narrativi scorrevoli è ben coadiuvato sia dalla musica di Pivio e Aldo De Scalzi che dalle luci di Marco Palumeni; i costumi di Mariano Tufano: sostanzialmente funzionali ed efficaci nel creare il clima claustrofobico con l’apporto delle video grafie di Marco Schiavoni.Angelo Tosto è il medico curante (dottor G) in una caratterizzazione ben riuscita fatta di regole cliniche implacabili ma anche di umanità per la paziente.
Un coro di ottime attrici creano l’abitat e fra esse spicca Alessandra Costanzo eppoi Sabrina Kanafliz, Liborio Natali, Cecilia Giusti, Stefania Ugomasi di Blas, Giorgia Boscarino, Gaia Lo Vecchio.
Pubblico attento e coinvolto fine alla fine con un grande applauso liberatorio.
Alla fine della rappresentazione è stata consegnata all’attrice Anna Foglietta da parte del D A Giuseppe Dipasquale la targa del premio Domenico Danzuso svoltosi lunedì sera.