Peccato sia una sgualdrina
di Carmelo La Carrubba


Mentre i telegiornali trasmettono dalla Casa Bianca il giuramento di fedeltà alla Nazione di Obama nel segno della speranza contro la paura della recessione e del terrorismo con la consapevolezza di agire secondo l’”Etica delle responsabilità” che coinvolga tutti, mi trasferivo al Teatro Ambasciatori per assistere allo spettacolo “Peccato che sia una sgualdrina” (1633) di John Ford (1586-1639) per lo Stabile di Catania, in cui si rappresenta la solitudine di due amanti, l’ossessione di un fratello che coinvolge nell’incesto la sorella, una tragedia che esprime una visione disperata dell’esistenza perché priva di speranza, una storia che riflette – come la scena di Antonio Fiorentino su due piani ricca di specchi o i costumi di Maurizio Millenotti e le musiche di Antonio Di Poli – un mondo corrotto di nutrici, genitori, vescovi, commercianti, servi, amanti, tutti malati di ipocrisia a cui sembra contrapporsi quello fragile dei giovani.

 

Un’epoca in cui il potere assoluto di un monarca miope, incapace di cogliere i segni di fermento sociale e politico al di fuori della corte, condurrà, nel 1642, alla guerra civile. In questo testo l’autore, attraverso l’ambiguità dei suoi personaggi destinati alla morte, esprime la fine di un’epoca senza speranza che solo la tragedia può rappresentare. Il testo, tradotto egregiamente da Enrico Groppali, si è avvalso dell’adattamento di Luca De Fusco – sua la regia – che, sfoltendo ampiamente, ha accorpato in un atto unico di novanta minuti la storia di un incesto che diventa il destino di Annabella e Giovanni; un amore che sembra perdere la sua mostruosità per affermare una tragica libertà senza l’ombra del peccato perché – come scrisse Charles Lamb – questo amore fu vissuto come qualcosa di altissimo e di inevitabile e in esso l’autore cercava il sublime e cioè nelle insondabili e oscure pieghe dell’animo umano.

 

Il linguaggio scenico creato da De Fusco tende a mantenere attiva la potenza espressiva della macchina drammaturgica di Ford e lo spettacolo si mantiene nei toni e nei ritmi della tragedia in cui si consuma il dramma passionale d’amore di rara intensità, di vendetta e di morte ambientato – secondo uno stereotipo britannico – in Italia, a Parma, nel condimento che solo in questa sentina corrotta si potessero narrare storie estreme.

In questo spettacolo, un tema che sta a cuore al regista è il passaggio dall’adolescenza alla maturità quando i cuori dei giovani rombano come i motori di Formula 1 che però – raggiunge il traguardo attraverso la maturità – concludono con la morte la loro esistenza. Perché il titolo del testo? Ma perché riflette in maniera pertinente la mentalità di un secolo in cui venivano considerate sgualdrine non solo le donne di spettacolo ma anche le nobildonne che recitavano occasionalmente nelle compagnie che davano spettacoli a corte perché attrice era sinonimo di sgualdrina e, inoltre, come dal pulpito dice il Nunzio apostolico rivolto verso il cadavere della protagonista che si era macchiata della colpa di donna libera senza regole e senza freni (pur essendo sposata) – ripetendo il titolo del testo. Un secolo bigotto in cui il Potere sia politico che ecclesiastico si esprimeva attraverso l’incapacità di capire e di rispettare gli altri attraverso l’intrigo, la vendetta, la morte.

 

Notevolmente alta ed incisiva l’interpretazione di Gaia Aprea che ha espresso i sentimenti innocenti di Annabella in maniera sensibile e con profondità di partecipazione nel manifestare il suo amore per il fratello o nel rifiutare il compromesso col marito. Enzo Turrin è il servo lucido e fedele che diventa il motore della vicenda. Piergiorgio Fasolo è frate Bonaventura in un ruolo di misurata ed ipocrita saggezza. Stefano Scaldaletti è Giovanni, il fratello di Annabella, coerente nella sua ossessione amorosa. Bergetto è interpretato da Giovanna Mangiù spiritosa ma anche drammaticamente seria nel rendere umana la fine del suo personaggio. Bravi gli altri del cast da Anita Bartolucci a Max Malatesta a Matteo Mauri ad Alberto Fasolo.

 

Pubblico attento e interessato che a lungamente applaudito alla fine dello spettacolo.