Ma andiamo con ordine: la ballata popolare narra di “Peppa a cannunera” al secolo Giuseppa Bolognari che nell’insurrezione del 31 maggio 1860 contro i borboni capeggiando una delle squadre dei catanesi mise in fuga, con l’ausilio di un cannone, i soldati dell’esercito borbonico. Da allora Peppa è diventata il simbolo della ribellione popolare in generale e una donna leggendaria in particolare per il coraggio dimostrato sulle barricate quando ai Quattro Canti avvenne lo scontro con i soldati che furono sconfitti: da lì Peppa diventa personaggio epico e pur essendo una donna fu ricordata e valorizzata in abiti maschili, in atteggiamenti virili fumando il sigaro e adoperando atteggiamenti e parole sanguigne. Ma una componente femminile molto forte rimase intatta nel ricordo dei catanesi, la sua grinta e la capacità di essere patria e popolo, di interpretare il riscatto sociale e l’orgoglio plebeo in sintesi l’ansia di un proletariato ancora plebeo e straccione da strato sociale subalterno. E le parole del poeta Scandurra, la corposità del dialetto ha reso la creazione lirica dell’autore vivace e credibile nella cantata su Peppa, nel definire gesta e personaggio. Ma questo testo sul palcoscenico è stato “letto” ma non interpretato e tanto meno rappresentato in quanto l’alone epico del personaggio non ha avuto modo di svilupparsi; questa eroina popolare, novella Madre coraggio, avrebbe avuto bisogno di una scrittura scenica più ampia e particolareggiata. Bellezza e poesia del testo sono rimaste in massima parte sulla pagina. Fioretta Mari – carattere forte capace di interpretare il ruolo di Peppa – ha “letto” sulla scena le didascalie del cartellone che costituivano le pagine del cantastorie anch’esse “lette” da Rosario Minardi creando una certa confusione. La regia non ha inciso abbastanza nel creare Peppa, nel renderci un personaggio, ma ha assecondato la “lettura” ben accompagnata dai deliziosi motivi creati dal Cavalieri.
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