Per non morire di mafia
di Carmelo La Carrubba

 


Ho voluto rivedere – a distanza di un anno – lo spettacolo “Per non morire di mafia” in scena al Teatro Verga per lo Stabile di Catania per verificare su me stesso se la forte emozione che ebbi al Musco si fosse ripetuta nella mia lucida richiesta (si veda la recensione precedente). E’ stata una grande emozione per me e gli altri spettatori che per un’ora circa hanno “partecipato” allo spettacolo “Per non morire di mafia” di Pietro Grasso nella versione scenica di Nicola Fano e l’adattamento drammaturgico di Margherita Rubino con la sapiente regia di Alessio Pizzech e uno straordinario Sebastiano Lo Monaco che ha interpretato la figura del Procuratore antimafia Pietro Grasso sottolineando gli slanci civili, il senso di responsabilità, le paure ma anche l’indignazione e la rabbia verso un fenomeno delinquenziale fortemente organizzato che ha nel profitto il suo fine ultimo e come mezzo la violenza per ottenerlo.
Il testo pur nella sua drammatica semplicità di fronte ad eventi tragici che ricordano echi lontani di omerica memoria è impostato come una conferenza cioè come antiteatro: ebbene quello che poteva diventare un evento interessante ma noioso è diventato uno spettacolo.
Il diario personale di forte impatto civile scritto con mano leggera sa riflettere su fatti e avvenimenti storici che hanno mantenuto una Regione e uno Stato in soggezione: per l’Autore è diventato la memoria indelebile.
Lo sdegno di Grasso è fatto proprio da Sebastiano Lo Monaco che cogliendo l’ironia con cui si accompagna il racconto esplode in tutta la sua potenza drammaturgica creando un ponte fra il palcoscenico e il pubblico fra la coscienza del personaggio e quella dello spettatore che viene sottolineato dalla lavagna su cui sono segnate le date di questa vicenda trasformandosi in uno specchio dove gli spettatori diventano attori degli avvenimenti narrati.
La scena di Giacomo Trincale – i costumi sono di Cristina Darold – è allusiva ed abbastanza eloquente, suggestiva nella sua vastità e nel disegno delle luci di Luigi Ascione che con le musiche di Dario Arcidiacono arricchiscono ora accompagnando ora in contrappunto i punti nodali del racconto scenico in cui fanno capolino le voci dei ragazzi e i canti tradizionali di Clara Salvo.
Ma l’impronta allo spettacolo è data da uno straordinario Sebastiano Lo Monaco che nell’evocare la biografia di Pietro Grasso nel sottolineare momenti personali o date storiche sa dare a parole desuete come dovere, coscienza morale, rispetto delle Istituzioni un eco di novità e di appartenenza.
Il muoversi sulla scena di Lo Monaco, lo scendere in platea, il consultare i faldoni del maxiprocesso, il fumare nervosamente le troppe sigarette, il trasformarsi in viso di fronte ad avvenimenti tragici o paradossali, il sorriso ora bonario ora sarcastico ora ironico che domina la prosa di Grasso sono diventati linguaggio narrativo su un palcoscenico che comunica emozioni.
Non era semplice portare un teatro civile – che in Italia è sporadico o inesistente – ad una tale potenza civile ed emozionale di fronte ad un pubblico attento e partecipe che ha sottolineato con intensi applausi la fine dello spettacolo.