Pipino il breve
di Carmelo La Carrubba


Dopo avere assistito allo spettacolo “Pipino il breve” commedia con musiche di Tony Cucchiara per i cinquantenni di vita (3 dicembre 1958-3 dicembre 2008) del Teatro Stabile di Catania e averlo trovato “intatto” rispetto alla prima edizione del 1978 per la regia di Giuseppe Di Martino – nella sua bellezza e nei suoi contenuti – non resta che chiedersi il perché di tale fenomeno artistico e di come l’antico possa diventare nuovo.

Sempre alla “prima” circolava l’interessante volume “Feste e spettacoli nella Catania dell’Ottocento” a cura di Turi Giordano e Maria Grazia Malagoli che testimonia quanto le storie dei Paladini di Francia e del suo re Carlo Magno fossero popolari in Sicilia e costituissero i testi degli spettacoli che si davano – attraverso il teatro dei pupi – in ogni angolo della città di Catania e di Acireale o, in maniera itinerante, fossero portati in giro dai cantastorie ( ultimo di una stirpe famosa il Trincale premiato dall’ambrogino d’oro).

 

Ma già i carretti siciliani erano stati documenti e vettori di queste storie (Renato Guttuso , fra i primi scenografi dello Stabile, in quel di Bagheria, aveva fatto le sue prime esperienze pittoriche sui carretti). Per non parlare dei pupari che diventarono i capocomici dei teatri dell’Ottocento in Sicilia. E pertanto la favola scritta da Tony Cucchiara sui genitori di Carlo Magno che scaturiva dalla tradizione franco-siciliana fu subito intuita da Mario Giusti divenendo la pietra miliare di un testo che si confrontava con la tradizione per farla sua, innovarla e procedere verso i classici con mente e linguaggio siciliano. Sottolineando che le storie di Francia, i Pupi di Sicilia raccontavano storie di uomini che fanno parte della storia dell’umanità.

 

 L’autore, novello cantastorie, ha creato un musical di una favola nostrana in cui c’è un uso appropriato del dialetto siciliano e, in particolare, in quella particolare caratteristica che è del comico cioè la necessità di irridere (linguaggio, uomini e situazioni) deformare così come è per l’aggettivo “il breve” cioè “ ‘u curtu” che caratterizza Pipino. In questa deformazione c’è la caricatura così come per il lessico e le situazioni che deformate diventano comiche e costituiscono con la comicità la cifra stilistica del racconto.

Tutto ciò è rimasto “intatto” e lo spettacolo che ha ripreso Giuseppe Dipasquale con intelligente approccio registico non si discosta da quello del suo maestro innovando dov’era necessario. Un dato significativo sono le musiche dei Cucchiara che rappresentano una splendida sintesi e continuità fra l’ieri e l’oggi. I loro ritmi coinvolgenti sono ora melodiosi ora sincopati; la “sorpresa” sono i musicisti in scena (Edoardo Cicala, Filippo e Giovanni Lo Brutto e Pippo Russo) che con la loro musica si fondono con la recitazione degli attori: significativo è il brano in cui la comicità di Pippo Patavina nasce dalla musica ed esplode con la camminata sbilenca. Ripeto comico è lo sbilenco, il deforme, la battuta tagliente di Tuccio Musumeci che parla un siciliano sboccato e deformato che dà alla situazione i connotati comici. Per cui la grande risorsa, in massima parte dello spettacolo, sono gli attori che con la loro comicità affabulatoria, coinvolgente, voce, gestualità, camminata (Pipino si muove sulle ginocchia), gag costituiscono una costante. Essi danno l’illusione di presentare lo stesso spettacolo dopo trentenni e invece è uno spettacolo nuovo, vivo, frizzante.


Tuccio Musumeci – nel ruolo di Pipino – è personaggio familiare ad un pubblico che lo ama come attore perché sa mantenere la sua comicità “intatta” sia nella battuta che nelle situazioni comiche, spontanea. Anche se c’è da dire che la “spontaneità” è sempre frutto di fredda e implacabile ripetitività e concentrazione, nel rispetto di un tempo comico, come per l’orologio, per ottenere l’effetto voluto.
Pippo Patavina re d’Ungheria e Anna Malvica, la moglie, rendono ricchi di umanità i loro ruoli reali. Patavina è un attore completo con notevoli risorse comiche sia col linguaggio del corpo, la mimica, la gestualità, la voce e un possesso scenico invidiabile.
I giovani attori sono diretti nelle danze da Donatella Caparra e si muovono con speditezza; mentre i canti sono diretti da Gianluca Cucchiara.
Leonardo Marino è il cantastorie mentre Gianluca Romania è il cortigiano. Due ruoli importanti ben svolti nella economia del racconto scenico. Ilaria Spada è Berta. Seguono Mirko Petrini, Enzo Lauricella, Franco Mirabella, Cosimo Coltraro, Laura Geraci, Sergio Seminara, Luca Notari,Ester Anzaloni, Chiara Cimmino, Iridiana Petrone, Silvio Pugliesi, Emilio Torrisi, Francesco Venezia.

 

Spettacolo nuovo di impianto antico ben gradito dal pubblico che ha lungamente applaudito.