Il povero Piero
di Carmelo La Carrubba



“Il povero Piero” tratto dall’omonimo romanzo (1959) di Achille Campanile è lo spettacolo di Pietro Cartiglio, sue le scene e la regia, in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania in cui il tema principale è la morte del povero Piero o forse è meglio dire le reazioni degli altri di fronte all’evento luttuoso in cui la particolarità della situazione spesso si offre ad involontari e non per questo meno comici effetti capaci di scatenare il riso.
 

 Achille Campanile (1900-1977) è stato l’autore che ha affrontato la realtà attraverso il potere demistificatorio del riso per capirla e la comicità per l’autore non è una tecnica per affrontare argomenti colti o sociali ma è il suo modo di raccontare la realtà. Egli nel suo genere si pone come un precursore del teatro dell’assurdo attraverso la funzione liberatoria e costruttiva del riso benevolo che non appartiene alla letteratura del tempo. Il teatro dell’assurdo possiede un suo umorismo ed è anche divertente ma la comicità è un effetto secondario che nasce dalla percezione immediata della distanza non colmabile tra ciò che i personaggi dovrebbero essere e i loro effettivi comportamenti governati da fattori imponderabili. Per cui la risata lascia il posto alla riflessione. Di contro Campanile sa cogliere in situazione di opaca normalità frammenti di contraddizione e aspetti imprevedibili che ne giustificano una lettura in chiave comica.

L’umorismo di Campanile è essenzialmente verbale. Egli lo ottiene attraverso un uso pirotecnico del linguaggio attentissimo alle omonimie e ai significati diversi di una stessa parola e su questi costruisce meccanismi perfettamente calibrati per ottenere l’effetto comico voluto. Inoltre egli rivela una particolare sapienza drammaturgica che trova il suo punto di forza nella battuta.

Tutte queste considerazioni sono presenti nel testo e nello spettacolo in oggetto in cui il protagonista malato da tempo all’alba di una giornata tranquilla muore o così sembra. La moglie Teresa e i più stretti congiunti devono rispettare le sue ultime volontà testamentarie che consistono nel dare la notizia della sua morte ad esequie avvenute. Intorno a questa richiesta e il difficile tentativo di rispettarla si snoda una sequela di sviluppi surreali o di paradossi o di equivoci e sorprese in cui il riso si alterna al pianto fino al colpo di teatro inatteso all’inizio del secondo atto in cui si vede resuscitare il morto con tutte le conseguenze tragiche, umoristiche e tragicomiche del caso. E se il primo atto si svolge all’insegna di un morto di cui si parla con tutti gli equivoci del caso, non privi di umorismo e di una comicità surreale fra le più divertenti, il secondo atto, con il morto resuscitato in scena, ha un’impronta macabra che tende al grottesco della situazione per concludersi con una comicità surreale che avendo puntato sull’humor nero tende a ridere di questa paradossale situazione.

In questo contesto comico ogni attore ha la possibilità di attingere alle proprie risorse per contribuire a creare battute e situazioni comiche e ad eccellere ognuno nel proprio ruolo. Come Magda Mercatali la mogie Teresa o Rosalina Neri, madre di Teresa, o Giulio Brogi nei panni del povero Piero, il protagonista, od Anna Gualdo, Nicola Pistoia, Nello Mascia in più ruoli, e i tanti bravissimi altri del folto cast.

 

Pubblico divertito e volte disorientato per l’insolito divertimento che ha applaudito durante e alla fine dello spettacolo.