Prima del silenzio
di Carmelo La Carrubba


 

Erano anni che non ascoltavo, dopo uno spettacolo teatrale, tanti e intensi e anche persistenti applausi che mi ero “quasi” convinto che questa forma di approvazione o di dialogo fra pubblico e attore, fosse diventata una pausa desueta alla fine della rappresentazione e che l’applauso – ormai – avesse (o fosse diventato) carattere formale: di pura convenienza e che i battimani del pubblico – spesso liberatorio – sancisse soltanto la fine della serata a teatro secondo un protocollo non scritto ma ormai – per pura ipocrisia - accettato da entrambe le parti.
Invece, ieri sera, 27 marzo, ho partecipato all’applauso del pubblico verso un attore bravo, conosciuto e amato a cui tributava assenso e affetto a lui e allo spettacolo “Prima del silenzio” di Giuseppe Patroni Griffi in scena alla Sala Verga per lo Stabile di Catania fino a domenica, in cui questo attore ha dato credibilità artistica alla storia di un vecchio poeta, alla sua vita prima del silenzio.


Il testo di Patroni Griffi scritto intorno agli Anni ’70 affrontava una tematica molto sentita qual è la minaccia della morte o meglio gli anni finali di una vita, quelli del bilancio prima che cali il definitivo silenzio. Anche il cinema, negli stessi anni, per merito di Valerio Zurlino, affrontò questo tema (“Prima notte di quiete”) ispirata ad una poesia di Goethe in cui il co-protagonista domanda: “Perché la morte viene definita “La prima notte di quiete”?. Il protagonista Alain Delon risponde:”Perché finalmente si dorme senza sogni”.! Nel testo di Patroni Griffi siamo ad un passo del verso goethiano.
A teatro il vecchio poeta rievoca “rivivendola” , anche grazie al digitale, nella sua ultima stagione quella che è stata la sua vita con moglie e figlio e del nuovo rapporto con un ragazzo in maniera libera a cui si lega un rapporto di amicizia, di sesso, di amore, e anche di incomprensione generazionale.
Il poeta attraverso la parola – che per lui è vita – esprime le sue inquietitudini in cui è racchiusa la realtà che lo circonda mentre per il ragazzo questa rappresenta un limite nella valutazione del loro rapporto.
Comunque l’escursus autobiografico del poeta rappresenta la sofferta consapevolezza di chi ha vissuto come in un incubo nel rapporto fra moglie e figlio
Mentre – invece la libertà del rapporto con il ragazzo che lo gratifica – finchè durerà – come la forza della parola che diventa poesia e contenuto dei suoi versi – documenta l’attuale quotidianità in cui parola e vita – ripeto – si identificano in una felice sintesi.


Questo testo che ebbe tanto successo con la Compagnia dei giovani fino alla morte accidentale di Romolo Valli che ne fu protagonista e dello stesso Patroni Griffi che ne curò la regia, oggi, sulla scena ha un nuovo linguaggio drammaturgico con la regia di Fabio Grossi che con Luca Filaci ha creato una scena apparentemente nuda con un divano al centro e le pareti che sono degli schermi (video di Luca Scarsella) disegno luci (Umile Vainieri) disegno audio (Franco Patimo) che offre una maggiore facoltà di comunicazione soprattutto agli attori che attraverso la ricchezza della parola possano rendere credibili i sentimenti dei loro personaggi.
Leo Gullotta – il protagonista – finalmente si libera dall’incubo dei suoi fantasmi in maniera straordinaria: dalla moglie Paola Gassman dal cameriere Sergio Maschera dal figlio Andrea giuliano per vivere i suoi momenti migliori col ragazzo il co-protagonista Eugenio Franceschini che, nella gita in barca “vivono” il loro felice rapporto.
Una interpretazione a tutto tondo quella di Leo Gullotta nel dare vita, esprimere i sentimenti d’un uomo che – soffocato dall’incubo – si libera e da poeta scrive i suoi versi come da uomo assapora la nuova dimensione esistenziale assieme a questo ragazzo di vita che, interpretato vigorosamente da Eugenio Franceschini, è una vera sorpresa in quanto costituisce con Leo Gullotta un duo capace di dar vita a due personalità straordinarie pur diverse che col loro incontro illuminano un rapporto umano diversamente banale. E se non è una sorpresa la bravura di Leo Gullotta nell’essere il personaggio del poeta, è una vera rivelazione Franceschini nell’essere un ragazzo di oggi reale ma senza sogni.
Una gran bella interpretazione per entrambi per uno spettacolo di novanta minuti senza intervallo in cui quasi come in un monologo dai tempi e dai ritmi perfetti del linguaggio scenico hanno tenuto sospeso il fiato degli spettatori che attenti e silenziosi ne hanno atteso l’epilogo fino al consenso finale con cui abbiamo aperto queste note.