Processo a Dio
di Carmelo La Carrubba

 


E’ da cinquemila anni che gli ebrei fanno il processo a Dio. Nel senso che ogni ebreo è abituato a rivolgersi a Dio e a chiamarlo in causa – essendo lui l’artefice dell’universo – tutte le volte che una sciagura, una carneficina, il massacro di una generazione ha colpito direttamente il popolo ebraico. E la Shoah non è altro che la testimonianza di questo massacro in cui la banalità del male si è accanita contro un popolo per eliminarlo. Ecco la domanda che l’ebreo si pose e pose a Dio quand’era nei campi di sterminio nazisti e vedeva morire donne e bambini, vecchi e malati nelle camere a gas: Dio come puoi permettere tutto ciò? Come è possibile accettare di vedere massacrare il popolo eletto a cui appartieni?
E’ chiaro che le colpe degli uomini non possono ricadere su Dio ma è anche alto lo sconcerto di chi ha assistito impotente alla eliminazione di milioni di ebrei. Se retorico può apparire oggi il processo a Dio non altrettanto retorico è – di fronte al rigurgito antiebraico di alcuni popoli – ricordare il passato, l’esperienza della Shoah. E oggi il silenzio sembra suggerire un senso di colpa – come sottolineava Primo Levi – per essere ancora vivi. Perché non bastano le testimonianze dei sopravvissuti ma è necessario creare un clima di civiltà, una cultura del dialogo che annulli simili inciviltà. Certamente il perché che ci poniamo ancora oggi non è solo suggestivo ma necessario affinché non si ripeta quanto accaduto.

Questo è il dato di fatto storico su cui nasce il testo dello spettacolo “Processo a Dio” di Stefano Massini per la regia di Sergio Fantoni in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania in cui primeggia Ottavia Piccolo nei panni di Elga Firsch che vuole “rendere pubblica una rabbia privata”.
Dato che l’uomo non può imputare a Dio le manchevolezze dei propri simili può però – e questo dramma ne è un esempio – giudicare la fine del Terzo Reich – la spocchia razzista – la crudeltà colpevole dell’omicida quale manifestazione finale che esiste un Giudizio di Dio che spesso non viene intravisto da quella particolare ottica umana vocata all’errore. La lezione che ne deriva va dalla rivisitazione del passato alla scelta di una via piena di civiltà.

 

La regia di Sergio Fantoni muove la scena di Gianfranco Padovano in maniera pertinente all’epoca che rappresenta e col commento musicale di Cesare Picco sobrio e aderente al tema tende a sviscerarlo senza inutili tentennamenti. I giudici che processano il capitano delle SS sono Vittorio Viviani, Francesco Zecca, Silvano Piccardi e Olek Mincer e rappresentano i sopravvissuti della Shoah. Essi – quando tutto sembra crollato –hanno la capacità di ragionare, forti del loro credo religioso, di fronte al capitano delle S.S. (Enzo Curcurù) nel giudicarlo delle colpe commesse mentr’egli, irresponsabilmente, reagisce con superbo orgoglio alla disfatta in attesa di morire. Ma, su tutti, si erge Ottavia Piccolo, nel dialogo con Dio nel trovare la misura nel dialogo con gli altri. Essa è una donna provata ma temprata capace di riprendere a vivere e a confrontarsi con le nuove difficoltà della vita. E’ un fulgido ed esemplare esempio di donna nonché una splendida interpretazione pur nella linearità nella costruzione dell’umanità del personaggio. E’ consapevole anche del ruolo di donna che sa essere di monito a chi tende a dimenticare che le tragedie di ieri possono ancora ripetersi. Pubblico attentissimo per tutto lo spettacolo è esploso alla fine in un lungo caloroso applauso.