Prova
di Carmelo La Carrubba

 


Una coppia di attori nella vita – ma siamo già nella finzione – a teatro provano la lettura di un testo e qui uno sguardo fra Laura e Luca fa esplodere in Anna una rabbia che diventa disamina di una situazione che può evolvere costruendo ma soprattutto distruggendo.
Questo è il nucleo narrativo dello spettacolo “Prova” di Pascal Lambert (traduzione di Bruna Filippi) sua la regia e la coreografia in scena al Teatro Verga per lo Stabile di Catania dal 15 al 20 marzo 2016. Le scene cioè la scelta di utilizzare tutto lo spazio del palcoscenico con soltanto un tavolo e quattro sedie per provare la lettura del testo è di Daniel Jeasseteau e sottintende la totalità dello spazio teatrale (luci di Yves Godin, costumi di Pasqual Lambert, assistente alla regia Virginia Landi) in quanto il tema vero dello spettacolo è l’essenza del teatro la sua specificità in cui finzione e vita coesistono e convivono in maniera indissolubile.


Da quello sguardo intercettato da Anna si ha la frattura fra loro in quanto la certezza sul mondo che avevano in comune crolla e da qui esplodono quattro lunghe “battute” che sarebbe meglio chiamare monologhi in cui ognuno dei quattro attori espone il suo punto di vista che è anche una profonda riflessione non soltanto sul loro rapporto d’amore ma su temi politici che caratterizzano il secolo passato quale il dominio dell’ideologia e la sopravalutazione dell’utopia comunque anch’essa necessaria per l’autore.
E’ chiaro che la pacifica prova a tavolino fra attori e registi che lavorano insieme da un ventennio e che vanno in crisi per uno “sguardo” è soltanto il pretesto per fare il punto sul teatro e sulla sua – ripeto – specificità o meglio sulla sua capacità di essere ogni sera diverso dalla sera precedente perché corpi e voci avvertono gli avvenimenti, vivono le sensazioni in maniera sempre diversa.
Una caratteristica che è del teatro in cui si aggiunge l’importante e preminente funzione del pubblico che fa parte dello spettacolo e spesso oltre che essere condizionato lo condiziona.
Pertanto la prova che doveva essere a tavolino diventa una vera e propria prova di attore con una sua drammaturgia che investe le doti e la creatività dell’attore e che comporta il personaggio “finto” per rivelarci una verità ora storica ora personale sia amorosa che esistenziale o culturale o sociologica che ci consente di capire in che mondo stiamo vivendo.


Ognuno dei quattro attori ha a disposizione 30 minuti in cui attraverso il monologo affronta – vedi la Marinoni – la necessità del sesso e il punto di sintesi con l’amore in cui parola e corpo dell’amato si fondono in un unico significato.
Luca nel personaggio del regista è impegnato a districare le contraddizioni del secolo in cui dallo strapotere dell’ideologia si è scivolati nel nulla o Giovanni che affronta il problema della funzione del pubblico in sala riproponendo un attore pubblico in un certo senso interessante anche se – nella realtà – il tutto si svolge nella maniera tradizionale che tutti conosciamo e viviamo a teatro ogni volta che assistiamo ad uno spettacolo dove – al di là – di preamboli avvertiamo la indispensabile presenza della claque.
Uno spettacolo in cui la bravura dell’attore con l’uso particolare della parola ha modo di eccellere, di convincere, di essere empatico e i quattro attori attraverso il loro mestiere artistico fondono realtà e finzione in maniera incredibile rendendoci quattro caratteri indipendenti ma oltremodo interessanti nella loro interpretazione superando, inoltre, la struttura di un testo che si snoda con una limitatissima azione scenica e in cui l’uso del monologo rallenta il ritmo narrativo dell’intera rappresentazione.
Il pubblico ha premiato alla fine della rappresentazione Anna Della Rosa, Laura Marinoni, Luca Lazzareschi e Giovanni Franzoni con un lungo fragoroso applauso reiterato più volte.