Una pura formalità
di Carmelo La Carrubba

 

 

La tragica fatalità che è nella vita la riflessione su dimessa nonché l’analisi del sentire umano son fra i contenuti dell’interesse intellettuale di Glauco Mauri nella sua indagine sull’uomo che diventa protagonista del suo teatro.
Così è per la vicenda dello scrittore Onoff che viene fermato e interrogato in un commissariato di polizia per “Una pura formalità” perché mentre attraversava di notte il bosco durante un violento acquazzone veniva commesso un delitto, che diventa la trama del thriller cinematografico che nel ’94 girò Giuseppe Tornatore con protagonisti Gerard Depardieu e Roman Polaski.


La versione teatrale di Glauco Mauri è fedelissima al film di Tornatore distaccandosene soltanto alla conclusione finale: più spietata quella cinematografica salvifica quella teatrale.
La riduzione drammaturgica ad opera di Mauri, sua la regia, è lo spettacolo eponimo in scena fino a domenica 16 marzo al Teatro Biondo per lo Stabile di Palermo che con un ritmo incalzante e ben assestati colpi di scena mantiene l’attenzione dello spettatore ininterrottamente per 90 m’.
Quello che a prima vista sembra un normale interrogatorio in un posto di polizia come tema del racconto poliziesco presto si rivela una indagine intellettuale, un’analisi lucida e spietata sul profondo di un individuo che ha dei vuoti di memoria.
In “Una pura formalità” Mauri e Sturno, l’uno il commissario con ironica crudeltà e l’altro il sospettato con i suoi vuoti di memoria che alimentano dei sospetti che risulteranno infondati, costituiscono una delle più affiatate coppie del teatro italiano contemporaneo. E l’apparente indagine poliziesca in un clima kafkiano si svolge ricordando altri loro spettacoli ( “Delitto e castigo”, “L’inganno”, “Variazioni enigmatiche”).
Infine l’indagine psicologica sulla personalità di Onoff che, in maniera froidiana, con i disturbi della memoria prima e il recupero successivo ricorda una seduta psicoanalitica conclusasi con una insospettata serenità.


Il clima surreale creato da Mauri si avvale delle scene di Giuliano Spinelli che si adattano a creare un’atmosfera particolare in cui grande forza suggestiva assume la musica di Germano Mazzocchetti che ha come tema la pioggia che diventa la colonna sonora dello spettacolo e metafora catartica di una vicenda da essa “purificata”.
Roberto Sturno è il personaggio della vittima e l’ironia del titolo rende ancora più crudele e tragica la sua posizione. Ma l’attore esprime con tanta naturale semplicità il dramma della sua posizione e sofferenza per gli scompensi del suo io che fino a quando non recupera i suoi vuoti di memoria è in balia non solo del commissario ma anche di se stesso. Un complesso quadro districato artisticamente dall’attore con autorevole semplicità. Una resa scenica, quella di Sturno, enorme perché il suo personaggio domina la scena. Dove è presente Mauri che dà corposità a un personaggio che può essere chiamato “Leonardo da Vinci” ma anche “padreterno” perché, in fondo, quella “pura formalità” è un esame sulla vita di un uomo o quello che chiamano “fare il punto” della situazione ad un certo momento dell’esistenza come se fosse anzi sia un “esame di coscienza”.


Lo spettacolo si avvale di un ritmo avvincente, senza pause e con azzeccati colpi di scena ma in maniera straordinaria della bravura degli attori Mauri e Sturno a cui associamo gli altri del cast per il loro volenteroso contributo e sono: Giuseppe Nitti, Paolo Benvenuto Vezzoso, Amedeo D’Amico, Marco Fiore.
Pubblico attento e interessato durante lo spettacolo, silenzioso, plaudente in maniera intensa e convinta alla fine dello spettacolo per più e più volte.