La fanciulla che campava di vento
di Carmelo La Carrubba



Una favola che ha i risvolti del dramma è “La fanciulla che campava di vento” – la commedia musicale in due atti di Toni Cucchiara - che scava nell’animo umano attraverso il peccato dell’avarizia interpretata magistralmente da Pippo Patavina nel ruolo del barone di Rafadali di Rafadali che del personaggio di un uomo “gnirriusu” ne ha fatto una maschera grottesca.
Lo spettacolo in scena al Teatro Brancati ha aperto la stagione teatrale e sarà sul palcoscenico dal 12 al 29 novembre, ha l’ottima regia di Giuseppe Romani che riprende una fortunata edizione di Armando Pugliese in cui viene esaltata la multiforme coralità dell’opera ricca di musiche, danze e canti in cui si staglia netta la personalità del protagonista, dell’avaro che sostiene le ragioni del suo Male con una serie di argomentazioni diventate un decalogo che investono non solo il cibo in cui si fa l’elogio della fame ma anche la vita intima caratterizzata da una assoluta solitudine che viene infranta, cedendo alle lusinghe del matrimonio, dopo essersi accertato dell’esistenza di una fanciulla capace di nutrirsi soltanto di vento.
In questo spettacolo che attinge sia alla Commedia dell’Arte che ad una favola popolare siciliana del 1400 e a una musica ricca ora di pathos ora di ironia c’è un linguaggio frutto dei vari dialetti siciliani in cui si crea una specificità a tutto vantaggio dei personaggi i quali sono e si presentano in tutta la loro ricchezza umana.
Il protagonista nell’interpretazione di Pippo Patavina diventa una maschera grottesca della visualizzazione della miseria spirituale di un individuo, della sua patologia individuale e sociale che, alla fine, lo coinvolge fino a travolgerlo in quanto la fame è fame e spesso in certi periodi storici è stata motore di gravi avvenimenti rivoluzionari. Anche la favola del barone di Rafadali non poteva sfuggire a questa logica e la sua fine sarà una catastrofe in quanto perderà quanto aveva accumulato e protetto compresa la fedeltà della giovane moglie.
In questa favola Patavina alterna ironia a sferzante cattiveria, ingenuità e perfidia e una grande vocazione alla pedagogia spicciola verso l’educazione – con le buone o con le cattive, alla rinuncia al cibo (oggi la chiamano “educazione alla salute”) al campare di vento in cui raggiunge uno dei momenti più esilaranti dello spettacolo con “l’elogio della sarda salata”.
In quest’opera corale – dal grande impegno fisico – c’è anche molta bravura da parte degli attori che sviluppano la storia da Camillo Mascolino a Emanuele Puglia a Santo Pennini a Olivia Spinarelli ( una autentica madre siciliana d’un tempo ancora attuale) Marina Pugliesi (La ragazza che campava di vento) ; Margherita Mignemi ed Evelyn Famà le sorelle, straordinarie, con Riccardo Maria Tarci, Camillo Sanguedolce, Claudia mangani, Laura Sfilio, Giovanni Strano, Giovanni Vasta
Sobrie e spoglie le scene e i costumi di Giuseppe Andolfo in sintonia con lo spirito del racconto; la ricchezza dei motivi musicali è di Toni Cucchiara; le coreografie – senz’altro funzionali – hanno dato impulso al ritmo del linguaggio scenico – sono di Silvana Lo Giudice.
Pubblico piacevolmente coinvolto ha applaudito durante ma soprattutto alla fine dello spettacolo.