Rappresentazioni classiche 2013
di Carmelo La Carrubba

 


L’Istituto del Dramma Antico per il 2013 ha reso noto il programma per la quarantanovesima edizione degli spettacoli classici che si terranno al Teatro greco di Siracusa dall’11 maggio al 23 giugno.
La scelta sulle tragedie si è incentrata su “Edipo re” e “Antigone” di Sofocle: quella sulla commedia privilegia “Le donne in parlamento” di Aristofane.
La tragedia “Edipo re” avrà come protagonista Daniele Pecci. La regia è affidata a Daniele Salvo. Cristina Pezzuoli sarà la regista di “Antigone” che avrà come protagonista Ilenia Maccarrone..
Per “Le donne in parlamento” regista e attore protagonista sarà Vincenzo Pirrotta.
Alcune note sugli autori e le trame dei testi:
Sofocle è certamente il poeta del dolore; il tragico dell’uomo nella sua essenza di infelicità: è il cantore dell’individuo solo ed escluso da ogni ordine cosmico. Cosicché in esso coincide l’estremo della grandezza umana con l’estremo dolore che si realizza nella tragicità della sua vicenda.
Va detto che l’assolutezza della visione sofoclea non consiste solo nella concezione del mondo e dell’uomo ma perché è anche una risorsa della forma, della sapienza drammaturgica, della potenza del lirismo che va dall’uso esperto del dialogo alla efficacia della lingua. Infatti il linguaggio del poeta è il suo segreto più alto in quanto ha saputo esprimere il torbido e oscuro pathos dei sentimenti.
Con Sofocle grande interesse ha il valore della metafora che tutt’ora necessita di approfondimento affinché l’autore sia più inteso che ammirato.
Edipo re è l’indagine di un antefatto. Laio, re di Tebe, e sua moglie Giocasta affidarono ad un pastore del monte Cicerone un loro figlio, per esporlo, perché era destinato (nel monito di Apollo) ad una turpe sorte: uccidere suo padre, sposare la madre. Il fanciullo “piedi gonfi” cioè Edipo, fu consegnato invece al re di Corinto che lo adottò assieme alla moglie Merope. Più tardi colpito dall’ingiuria di essere spurio Edipo mosse a Delfi a interrogare l’oracolo e il dio rinnovò il truce responso: uccidere il padre, sposare la madre: tale era il destino di Edipo. Per schivarlo egli fuggì da Corinto; ma ad un crocicchio uccise, per legittima difesa, un vegliardo e i suoi servi, ad eccezione di uno. Liberata Tebe dal flagello della Sfinge,Edipo ne fu acclamato re, sposò la vedova del re morto ed ebbe figli.
Quando si chiariranno gli eventi Giocasta, intuendo il vero, sarà spinta al suicidio mentre Edipo dopo l’ ebbrezza di essere re, vedendo la realtà che ha confermato il responso dell’oracolo, si cava gli occhi.
Grande metafora: il giovane che uccide il padre e ha figli con la madre; rientrano – fra l’altro – fra i casi che interessa la speculazione clinica di Freud.
Antigone: con la morte di Eteocle e Polinice e con la vittoria dei Tebani si è chiusa la guerra dei Sette.
Creonte, cognato di Edipo, ha assunto il potere. Contro il suo editto, Antigone ha dato sepoltura al fratello Polinice, nemico della patria. La solitaria audacia della fanciulla, contro i consigli di prudenza della sorella Ismene, è giustificata dalla esigenza di “pietas”. Arrestata, sdegnosa verso la tardiva solidarietà della sorella Ismene, Antigone è rinchiusa in un antro sotterraneo da Creonte incurante della collera del figlio Emone promesso sposo di Antigone. Dopo minacciosi moniti dell’indovino Tiresia, la sgomenta resipiscenza del re non vale a impedire una triplice catastrofe: il suicidio di Antigone muove Emone a un violento impeto d’ira contro il padre, poi contro di sé; la madre di Emone, Euridice, all’udire la morte del figlio, si uccide. A Creonte annientato dal dolore, non resta che disperarsi sui morti.
A noi una profonda riflessione fra la legge scritta e la legge non scritta che crea la “pietas” verso i morti, seppellendoli.
Aristofane: il tratto che colpisce nella tematica di Aristofane è la sua politicità nonché la passione nitida e veemente con cui vengono investiti i problemi della polis ateniese che attraversa la grande crisi della guerra, avviandosi irreversibilmente alla distruzione.
Aristofane vede nel regime vigente che Tucidide vantava come democrazia un regime demagogico. La crisi portava anche la negazione dei valori della vita associata con il trionfo della disonestà e dei gretti interessi personali a danno della collettività con l’usurpazione delle sue risorse. E poi ancora la depravazione morale e la stortura intellettuale.
Con Aristofane tutto questo è oggetto di una critica che punta sulla deformazione grottesca ed iperbolica però capace di rappresentare sintetiche folgorazioni più eloquenti di qualsiasi requisitoria..
Il riso che si sprigiona suggella il disprezzo della superiorità morale e culturale che l’autore propugna come propria e cerca l’identificazione emotiva con lo spettatore.
Aristofane non dice mai quale dovrebbe essere ai suoi occhi una corretta organizzazione dei temi trattati tant’è vero che è impossibile assegnarli un posto nel panorama dei partiti politici ateniesi.
Anche quando si tratta di propugnare la pace anche allora non è in questione un nucleo ideologico riconoscibile in positivo ma solo il disgusto per una realtà che paralizza la vita degli individui e delle famiglie e fagocita le loro ansie di felicità aggravando – all’interno della polis – ingiustizie e disparità.
Nelle “Donne in parlamento” la principale arma della propaganda femminile consiste nella garanzia di conservatorismo fornita dal loro modo di vivere nella vita privata ma riportarle in vigore nella vita pubblica in cui si prospetta una clamorosa novità imposta dal governo femminile ( la messa in comune dei beni e dei rapporti sessuali) rappresentava più che una novità un rischio; perché allora si cercava come soluzione la realizzazione dell’antico valore della concordia civile e del primato delle istanze collettive su quelle individuali.
In questo nuovo quadro ideologico spicca nelle protagoniste il desiderio di potenza che è legato alle nuove promesse politiche, in quanto la critica alla gestione dello stato padrone diventa un’ipotesi di assunzione del potere da parte di chi finora ne era stato escluso e vessato.
I contenuti della fantasia di potenza hanno un immediato riscontro nella organizzazione drammaturgica della commedia, Ne “Le donne in parlamento” sembra di avvertire come Atene ormai viva addormentata in un sonno dal quale non si sveglierà più. Per cui in questo contesto il motivo principale è l’affidamento del governo alle donne e questa idea a sfondo comunistico doveva essere fra le teorie alquanto in voga in quel periodo.
Qui le donne tentano la scalata al potere: si sono riunite e camuffate da uomini si presentano all’Assemblea di buon’ora e occupati i posti migliori sono decisi a fare votare e approvare una legge che trasferisca nelle loro mani il governo della città.
L’anima delle donne è Prexagora e sarà lei a fare approvare dal nuovo governo delle donne le nuove leggi: comunismo dei beni che diventano proprietà di tutti e dai quali tutti potranno attingere secondo i loro bisogni, comunismo delle donne che potranno essere di chiunque con la sola causa della protezione dei diritti delle vecchie all’amore.
La pratica attuazione di questi principi dà vita alle scene più gustose ai fini comici.
Con questo “scherzo” Aristofane mostra come un governo di uomini senza enegia non poteva produrre niente di buono ovvero faceva correre il rischio alla città di essere davvero dominata dalle donne.
L’uomo con la perdita della personalità e della libertà sarebbe stato ridotto a pura funzione materiale.
La riflessione su ieri e la risorsa di un futuro di uomini e donne.
Altrimenti!?