43° ciclo di rappresentazioni classiche
di Carmelo La Carrubba

 

Eracle,l’eroe greco, è il protagonista del 43° ciclo di rappresentazioni classiche che si svolgono nell’anfiteatro greco di Siracusa sul colle del Temenite – sia nelle “Trachinie” di Sofocle che nell’”Eracle” di Euripide fino al 24 di giugno.

 

Eracle semidio e superuomo – figlio di Zeus – ha sempre rappresentato quello che l’uomo vorrebbe essere, l’eroe capace di superare ogni ostacolo, l’essere invincibile; e, di fronte alla pochezza degli uomini, alla loro finitezza, l’eroe esprimeva il superamento delle ansie, la potenza estrema dell’uomo. Esso rappresentava un sentimento collettivo non da poco conto perché di fronte a quello che era diventato un cliché – l’aggettivo erculeo – quale simbolo di forza -  quasi un luogo comune: assistiamo al ridimensionamento dell’eroe alle prese  con i problemi e i malanni del quotidiano e dell’età in cui è presente pure la follia che circola subdola fra le menti creando assassini e omicidi di inaudita violenza. Tutto questo era scritto nel racconto antico che alimenta il mito: noi prendiamo consapevolezza che le storie degli eroi  non sono altro che tragedie di uomini come i due testi in esame testimoniano riflettendo i destini corali e singoli nei quali è possibile ritrovarsi.

 

Nelle due tragedie assistiamo al crollo del semidio che diventa, dolorosamente, umano. Egli passa dalla gloria alla rovina per una pulsione di morte che investe il protagonista e insiste sulla tragedia fino alle estreme conseguenze: la fine misera e ingloriosa frutto della malattia; però contemporaneamente emergono alcune componenti essenziali del vivere insieme fra gli uomini: la solidarietà, l’amicizia, l’amore paterno. Inoltre una tematica complessa è alla base delle due tragedie che investe i rapporti fra uomini e dei perché quello che è consentito agli dei non è consentito ai mortali e il fatto che gli dei si comportino come gli uomini non autorizza gli uomini a comportarsi come loro; fra padri e figli; fra l’uomo e il Potere e il governo della città; l’amore fra i coniugi con regole fra i mortali ben precise e fra queste: l’obbligo della castità per le donne non coniugate e quello della fedeltà per quelle coniugate; per i figli, per i genitori in cui il racconto del mito – nel rispetto di leggi arcaiche – rispecchia e agisce nella logica di quelle leggi a cui anche noi , oggi, per molti versi soggiacciamo. E il mito – quando racconta storie in cui queste regole vengono infrante – sembra quasi voler ricordare che la violazione delle leggi umane, quale ne sia la ragione, no porta bene a chi se ne rende colpevole. E non ultima regola quella della maledizione  che vantano ascendenze solari. Dotati di strani, temibilissimi poteri, sono capaci di oscure passioni che li conducono ad un tragico destino come sottolineava – nel suo ultimo libro – la storica del diritto Eva Cantarella.

 

Nelle “Trachinie”  di Sofocle, ambientata a Trachis in Tessaglia c’è Deianira che aspetta da tempo il ritorno dello sposo Eracle. Essa confida la sua angoscia alle donne della città  che formano il coro ma giunge notizia che l’eroe sta per ritornare mentre arriva  un gruppo di prigioniere. Fra di esse è la bellissima Iole e presto Deinira saprà che è la donna per cui Eracle ha distrutto Ecalia. Deianira  per riconquistare il marito gli manda col figlio una veste intrisa dal sangue del centauro Nesso che dovrebbe agire come un filtro d’amore. Ma la tunica è piena del veleno dell’Idra e una volta indossata – racconterà poi il figlio – causerà dolori terribili perché la veste lacera le carni ed Eracle sarà portato moribondo a Trachis. Deianira sconvolta entra nel palazzo e si uccide. Eracle moribondo raccomanda al figlio di sposare la giovane Iole mentre si prepara a morire su  una pira.

Eros e Thanatos  e anche la gelosia e il tradimento sono il tema delle donne di Trachis, il dramma che coinvolge Deianira ed Eracle che pur non incontrandosi mai sulla scena raccontano della loro tragedia.

 

Altra caratteristica: gli spettacoli di questo 43° ciclo sono all’insegna di un “ritorno” all’antico, cioè al classico, in cui – in particolare – la recitazione si affida alla voce dell’attore, nel recupero dell’epicità del testo, attraverso l’enfasi della dizione che fu , a suo tempo , tipica delle edizioni passate, quelle che si sono consumate in quest’ottica e presentavano attori dalle voci impostate e possenti che squarciavano lo spazio e quasi richiamavano il tempo in cui quei fatti erano avvenuti. All’insegna di quanto sopra detto è lo spettacolo le “Trachinie” di Sofocle nel disegno registico di Walter Magliaro in cui il regista per la sistemazione scenica nello spazio e nel tempo si avvale di un atteggiamento estraniante per raccontare come un archeologo la storia di Deinira ben coadiuvato dallo scenografo e costumista Giovanni Carluccio che ha ricreato i colori naturali della pietra del Temenite e con costumi ha vestito i personaggi in maniera “classica” con qualche concessione alla modernità.

Anche le musiche di Arturo Anneghino ispirate ad una linea melodica antica sono suggestive così il canto affidato a Jannifer Schittino o i brani musicali eseguiti in scena da Valentina Attardi, Lucia Chiara Garofano e Oretta Orengo. La traduzione del testo greco di Salvatore Nicosia è in versi che sono stati ben assimilati dal ritmo recitativo degli interpreti di ottimo livello interpretativo che ha in Micaela Esdra nei panni di Deianira un’attrice che sa percorrere tutto un mosaico del mondo sentimentale femminile quando esprime l’amore e la constatazione del tramonto della sua bellezza di fronte alla giovane schiava amata dal marito o quando si affida alla magia per riconquistarne l’amore o ancora quando da madre cozza contro l’incomprensione del figlio o quando infine, delusa e disperata, in colpa nei confronti del marito si dà la morte.

 

E Micaela Esdra dà credibilità al personaggio attraverso uno scavo psicologico intenso ed espressivo padroneggiando la scena in maniera superba con tragitti scenici e una profondità della voce che scava nei sentimenti del personaggio articolandone i passaggi psicologici ben graditi dal foltissimo pubblico che l’ha applaudita a scena aperta. Di contro c’è il personaggio di Eracle interpretato da Paolo Graziosi che svolge la parabola del personaggio su un letto da malato attraverso spasimi di una atroce sofferenza dove però non viene meno la virile risposta al dolore di un uomo che sa soffrire con tanta dignità. Una magnifica interpretazione. Luca Lazzareschi è Lica, Deli De Majo è la nutrice; Diego Florio è Illo; Francesco Alderuccio e Lucina Campisi interpretano i ruoli del vecchio e della ninfa. Ottimo il coro guidato da Simonetta Cartia e Roberto Baronia ben orchestrati dalla coreografa Silvana Lo Giudice.
 

Quello che vorrei sottolineare – nella visione di questi spettacoli – altamente suggestivi per lo sforzo spettacolare di “ ricreare “ l’antico – è che assistiamo al racconto della tragedia in quanto ogni fatto tragico non viene rappresentato sulla scena ma o è rievocato o avviene dietro le quinte e quindi il fatto tragico è raccontato o rivissuto nel racconto dei protagonisti che viene rappresentato sulla scena. Pertanto va sottolineato l’impegno registico di avere recuperato l’epicità del racconto e quel tanto di “straniamento” che comporta il racconto di un episodio così intriso di verità. Che poi queste verità siano quelle che conserva il mito e che tutt’ora ci intrigano e forse quella modernità che noi diciamo essere nel mito cioè in quel racconto antico che parla di noi quando eravamo agli inizi di quell’avventura che l’uomo ha percorso su questa terra.

 

Sugli spettacoli ancora una osservazione: con “Trachinie” di Sofocle il pubblico ha assistito al travaglio interiore delle pulsioni sentimentali dei personaggi, ai temi umani che costituiscono la nostra interiorità a uno spettacolo dove apparentemente “non accade nulla” in quanto tutto si sviluppa nell’animo dei personaggi creando una tensione morale fra Potere e violenza, tra libertà femminile e leggi civili, fra mondo interiore del personaggio e necessità spettacolari mentre in “Eracle”  di Euripide per la regia di Luca De Fusco – secondo spettacolo del ciclo – sono prevalenti gli aspetti esteriori del personaggio  quali il colpo di teatro, l’avventura, il susseguirsi di azioni avventurose piene di imprevisti che coinvolgono personaggi divini e d ‘oltretomba. Questo spettacolo ha un’irruenza spettacolare ben marcata dalla regia di De Fusco che si esprime anche attraverso le coreografie di Alessandra Panzavolta e la scenografia di Antonio Fiorentino che ci presenta Tebe con le porte di bronzo, scintillanti, come il grosso leone sulle mura della città dove appaiono le dee che decideranno il tragico destino di Eracle succube della follia che lo porterà a uccidere moglie e figli non riconoscendoli come propri ma come componenti della famiglia del suo rivale portando a compimento la vendetta di Era contro Eracle. La traduzione di Giulio Guidarazzi è in prosa ed è a sostegno dell’azione scenica e dei personaggi. Le musiche di Antonio Di Papi sono gradevolmente piacevoli e hanno il loro momento migliore nell’assolo di violino di Cristian Bianca. Tutti elementi ben amalgamati registicamente e componenti di uno spettacolo avvincente.

L’interpretazione di Ugo Pagliai, nel ruolo di Anfitrione, è di altissima resa e di quelle che si ricorderanno; Sebastiano Lo Monaco è Eracle, forte risoluto, padre affettuoso, fragile nel dolore e nella follia; Luca Lazzareschi è il messaggero, convincente nel visualizzare attraverso le parole la tragedia che si è svolta altrove; l’usurpatore è Massimo Reale mentre Giovanna Di Raso ha dato una bella interpretazione della moglie di Eracle. I due corifei sono Antonio Zanaletti e Giuseppe Calcagno.

 

Pubblico entusiasta e plaudente.