Rappresentazioni classiche
di Carmelo La Carrubba


 

L’Istituto Nazionale del Dramma Antico dal 7 maggio al 22 giugno nell’anfiteatro greco di Siracusa per il 44 ciclo di rappresentazioni classiche porterà in scena la trilogia di Eschilo: l’Orestea, intitolata al mito degli Atridi e composta da “Agamennone” – “Coefore” ed “Eumenidi”.

Queste tre tragedie avranno la regia unica di Pietro Cartiglio che assieme a Marcella Salvo firma le scene e i costumi delle messinscene. Le musiche di Matteo D’Amico. Traduzione di PierPaolo Pasolini. Interpreti: Galatea Ranzi sarà Clitennestra ed Elettra. Elisabetta Pozzi sarà Minerva. Luca Lazzareschi vestirà i panni di Oreste. Giulio Brogi quelli di Agamennone. Mentre Egisto sarà interpretato da Luciano Roman. Maurizio Donadoni interpreterà due ruoli: il Messaggero e Apollo; Cassandra avrà il volto di Ilenia Geniantiempo; Maurizio Santospago sarà il capo-coro e Cristina Spina sarà la corifea.

 

L’Orestiade (468 a.C.) di Eschilo (525 a. C.)  è l’unica trilogia pervenuta a noi contemporanei; vinse nel 458 gli agoni tragici della ottantesima Olimpiade sotto Filocle. Tutte le tragedie eschilee rivelano una concezione etica e religiosa profondamente vissuta. Eschilo vive in un periodo di continui cambiamenti storici: la Grecia arcaica, dominata dal fato e dalla giustizia divina sta cedendo il passo alla nuova organizzazione statale, con forme di partecipazione politica più ampie e una progressiva razionalizzazione dell’apparato giudiziario, ora affidato a strutture pubbliche.

Il protagonista della tragedie eschilee vive intensamente questo contrasto fra il vecchio e il nuovo: da una parte è un uomo cosciente e responsabile, dall’altra è ancora sottoposto alla necessità divina. Il suo è un dramma etico che Eschilo cerca di risolvere attraverso un recupero del passato e una riconciliazione con il nuovo. Nel mondo di Eschilo non c’è posto per la violenza dal momento che per ogni delitto non solo paga il suo colpevole, ma molto spesso la discendenza ne paga le conseguenze. E’ un cammino doloroso che la stirpe compie verso la sua purificazione, finchè il mondo non cessa di produrre altro male.

Nell’”Agamennone” si narra del ritorno del re di Argo, dopo la guerra di Troia, della sua morte per mano della sposa Clitennestra: l’uccisione era stata già presagita dalla schiava del re, Cassandra. L’idea che sostiene la tragedia è la follia dell’uomo Agamennone che per ambizione sacrifica la figlia Ifigenia e viene punito dalla giustizia divina per mano della sposa Clitenestra (strumento del fato) sfinita dal dolore per la figlia uccisa. La sua fredda impassibilità di fronte al delitto compiuto non fa che confermare questa tesi. Clitennestra uccidendo il marito ha violato i doveri di moglie e le conseguenze della sua terribile colpa costituiscono la trama della seconda tragedia della trilogia, “Le coefore”. Punti salienti della tragedia sono le terribili colpe del re e soprattutto il fatidico delirio di Cassandra che profetizza i mali che colpiranno gli Atridi a causa della prima colpa di Atreo.

 

Nella seconda tragedia “Le coefore” vi si narra  del ritorno in patria di Oreste da Delfi dove il dio gli aveva ordinato di vendicarsi. Oreste va alla tomba del padre Agamennone dove si reca anche la sorella Elettra invata dalla madre Clitennestra. Da lì a poco Oreste che si era nascosto si fa riconoscere dalla ragazza attraverso un tessuto che lei aveva lavorato per lui. Elettra è certa che la vendetta verrà consumata e che Oreste avrà il trono che gli spetta. Oreste, fingendosi un messo della Focile annuncia a Clitennestra la morte di Oreste. Clitennestra non trattiene la gioia e va per comunicarlo a Egisto – ma prima di avviarsi si sente il grido di Egisto colpito a morte. E con la spada ancora insanguinata, dopo un attimo di esitazione, senza accettare le suppliche della madre, le si scaglia contro e la uccide. Oreste vive intensamente il suo dramma e compie la vendetta in maniera sofferta. Tormentato da continue angosce per la necessità del suo gesto; dopo , il suo animo è in preda ala disperazione. Il dramma di Oreste poggia su una insolubile antinomia: Oreste ha il legittimo diritto di vendicare l’uccisione del padre ma di contro il nuovo delitto costituisce una colpa da espiare nonostante gli dei  l’abbiano istigato alla vendetta e inoltre è ancora vivo in Oreste quanto l’anima del padre, da lui chiamata, gli abbia confermato i particolari più raccapriccianti dell’uccisione che hanno reso il suo gesto necessario. Però nessuno è in grado di scagionarlo dalla colpa perché è presente il principio che la stirpe risponde della responsabilità morale dei singoli componenti, giacchè l’uomo che si macchia di una colpa non solo viene personalmente maledetto dagli dei, ma trascina con sé anche la sua discendenza.

 

Nelle “Eumenidi”, atto conclusivo della trilogia, Oreste giunge a Delfi inseguito dalle Erinni e si rifugia nel santuario di Apollo. Il dio lo rassicura, lo conforta e lo esorta a recarsi da Atena al tempio di Pallade per risolvere i suoi mali. Disperato e assillato dalle Furie che esasperano ancor più il suo rimorso, Oreste viene giudicato e assolto dall’Areopago in virtù di un principio universale sancito dalla dea Atena, secondo il quale un accusato viene assolto quando esistono tanti motivi per condannarlo quanti ve ne sono per assolverl. Le Erinni placate da Atena, piglieranno il nome di Eumenidi, in quanto, ispirate dalla dea, diventeranno i custodi della giustizia della città. La soluzione del drama di Oreste non è umana ma divina; l’Areopago è istituzione divina. Protagonista della tragedia è quella giustizia superiore che solo lei può dare armonia fra gli uomini ma è stabilita dagli dei. Le Erinni hanno un compito importante nella società del tempo in quanto puniscono chi uccide i propri parenti. Importanti sono i contrasti fra loro ed Apollo che vede la superiorità del singolo rispetto alla stirpe e la sacralità del matrimonio. Sono due concezioni inconciliabili sul piano umano che cozzano con una visione moderna in cui si è convinti della responsabilità personale dell’individuo e della sua autonomia; la visione di Apollo riflette la revisione delle leggi in senso democratico nell’Atene del V secolo. La religiosità di Eschilo favorirà la riconciliazione fra i due punti di vista: dell’uomo con dio.

 

La trilogia di Eschilo rappresenta uno dei nodi storici più importanti del mondo ateniese; è, per molti versi, una stratificazione di vari momenti della storia sociale della Grecia, dalla tribù primitiva alla prima monarchia, all’aristocrazia e infine alla democrazia. C’è anche un diverso modo – di fronte alla legge – di valutazione fra essere uomo ed essere donna. Un nucleo importante che è ancora presente nella società contemporanea. Questa vicenda è e diventa il “campo di battaglia del progresso umano”, la culla che ha accolto e cresciuto quella civiltà di cui oggi noi ne utilizziamo i frutti. Sarà capace l’uomo moderno di vincere la sua lotta per un nuovo ordine sociale più giusto e più umano?