Il ratto delle Sabine
di Carmelo La Carrubba


La comicità dei Musco e dei Totò è stata così dirompente da dare consistenza alla farsa fino a renderla, spesso, la forma migliore per far ridere il pubblico. Esempio non facile da raggiungere in un genere “minore” che però ha dato esempi eccelsi nel passato. Oggi Tuccio Musumeci nei suoi spettacoli e stasera Pippo Patavina nel “Ratto delle Sabine” riescono a raggiungere quelle vette comiche che sembravano irraggiungibili.
“Il ratto delle Sabine” (1885) di Franz e Paul von Schontan è la commedia in scena al Teatro Brancati di Catania nell’adattamento di Pippo Pattatavina e Orazio Torrisi in cui protagonista e regista è Patavina che in essa ha trasferito il distillato di una longeva vita di attore associandola all’esperienza di Orazio Torrisi, anche lui attore, che di spettacoli teatrali ne ha lanciati a non finire.
Il testo dei fratelli von Schonton pur avendo subito una infinità di rifacimenti ha mantenuto intatta la struttura delle situazioni e una trama semplice su cui era possibile costruire facili equivoci, giochi di parole, inserti dialettali, gag, nonsensi, tutti espedienti per creare e far esplodere una comicità talvolta prorompente che scaturisce dall’assurdo delle situazioni e da un linguaggio surreale frutto – come sopra detto – di giochi linguistici, fraintendimenti e dai numerosi strafalcioni pronunciati dai personaggi. Basti pensare che il primo fraintendimento o strafalcione è già nel titolo in quanto quello che è il rapimento delle donne Sabine viene inteso dal cavaliere Trombone come il ratto cioè il grosso topo feroce…
La trama è presto detta: il capocomico della Compagnia dei Tromboni mentre è impegnato nella promozione dei suoi spettacoli porta a porta si imbatte in casa Molmenti, un maestro elementare ma con il pallino della scrittura drammaturgica che ha scritto, appunto, “Il ratto delle Sabine” da Tito Livio e vuole rappresentarlo. L’occasione è buona per il guitto cavalier Trombone per spillare dei soldi allo sprovveduto maestro e su questo nucleo fragile si innesta e si sviluppa lo spettacolo che coinvolge la famiglia del professore con tutte le conseguenze che un equivoco possa comportare.
C’è da dire che Patavina, nei panni di regista di un’opera comica si è preoccupato di curare la coralità degli attori, i personaggi ma soprattutto il ritmo e i tempi rapidi delle battute creando un linguaggio comico – fra attese e battute fulminanti – efficace e coinvolgente.
Non poco merito è quello degli attori con in testa Agostino Zumbo nei panni del maestro che ha creato un personaggio che dalla seriosità del ruolo dello scrittore è passato a quello coinvolto nel parapiglia degli equivoci in famiglia trasformando il drammatico in comico in maniera notevole e creando un duo comico con Patavina di gran effetto nell’esasperare i contrasti.
In questo gioco comico si inserisce Olivia Spinarelli, la moglie Federica, la figlia maggiore Marianna, Evelyn Famà, che con Riccardo Maria Tarci, marito di Marianna e Carlo Ferreri, attore giovane, hanno mantenuto altissimo il ritmo del gioco comico con un linguaggio scenico vivo e frizzante in cui si sono inserite , al meglio , Ramona Polizzi, la figlia minore, e Raffaella Bella, Carmelina, la cameriera dall’inquietante comportamento.
La commedia è stata ambientata nell’ultimo dopoguerra e i costumi, la scena e l’ambientazione di Giuseppe Andolfo hanno ricreato quell’atmosfera di ottimismo che era di quell’epoca.
Pubblico coinvolto fin dalle prime battute e sorridente, spesso sopra le righe, per tutto l’arco dello spettacolo a cui non ha fatto mancare, attraverso gli applausi, il consenso e il successo di una gradita rappresentazione.