Re Lear
di Carmelo La Carrubba

 


Nella creazione dei suoi personaggi Shakespeare ebbe sempre la mano felice ma in Lear fece qualcosa in più in quanto è di enorme spessore umano – inimmaginabile uno eguale – tant’è che fece dire allo studioso americano Bloom – per la complessità del personaggio, che era “impossibile” interpretarlo. Ma questa “impossibilità” rappresenta per un attore una sfida, uno stimolo e in eguale misura per un regista che nella tragedia scespiriana vede la summa delle tragedie sia per la ricchezza dei contenuti che per lo spessore dei personaggi.
“Re Lear” di Shakespeare in scena al Teatro Verga per lo Stabile di Catania dall’1 al 17 aprile 2016 con l’adattamento le scene e la regia di Giuseppe Dipasquale , traduzione di Masolino D’Amico, ha come protagonista Mariano Rigillo.
E’ la tragedia del potere sia quando l’uomo lo esercita con la mania dell’onnipotenza verso sé stesso e gli altri sia quando lo si perde scoprendone – di contro – la propria fragilità marcata dalla “oscena” vecchiaia: è anche il dramma della ingratitudine nei rapporti fra padre e figlie ma è anche il tormentato rapporto fra le tre sorelle. In questa tragedia assistiamo a quanto possa essere violenta la collera di un potente che tracima nella tracotanza quando viene ostacolato e quanto moderna contemporaneità ci sia in tutto ciò riferito all’oggi per cui non sono necessari ulteriori chiarimenti.
Nel personaggio complesso di Lear convivono sia il Male che il Bene ed essi ne condizionano il travaglio interiore che spesso si manifestano con violente esplosioni d’ira se contraddetti.
Da questa ricchezza e complessità del personaggio che è al centro della tragedia e ne rappresenta il punto di equilibrio di ogni azione scenica si dipana il racconto di un re che vive le contraddizioni del suo operato fino alla follia che chiuderà la sua esistenza.
La regia di Giuseppe Dipasquale con la collaborazione di Angela Gallaro che cura costumi e scene e quella di Germano Mazzucchetti che ne ha musicalmente sottolineate le atmosfere complici le luci di Franco Buzzanca e i movimenti scenici di Donatella Capraio, ha creato uno spettacolo epico attraverso una lettura visionaria che per paradosso quando il potere ha esaurito sé stesso tragicamente non può che lasciare – attorno a sé – che un vuoto assoluto.
Intensa la resa di Mariano Sigillo in un grande ruolo così come di Anna Teresa Rossini – nei panni del Matto – che rappresenta non solo la coscienza del suo re ma anche la consapevolezza della ragione insita in tutta la storia di Lear.
Completano l’ottimo cast Sebastiano Trincali, nei panni del Signore di Gloucester e David Coco in quelli del figlio bastardo; a Silvia Siravo, Cordelia; a Renzo Gambino; a Cesare Bindello nei panni del re di Francia. Luigi Tabita è Regana seconda figlia di Lear e Roberto Pappalardo è Goneril figlia maggiore di Lear: i due ruoli delle sorelle sono affidati a due attori e fin qui niente da eccepire ma sulla motivazione “per sottolineare come l’esercizio del potere essendo connaturato agli uomini porta alla virilizzazione di chi lo esercita (in questo caso le due sorelle) forse dimenticando che anche le donne sanno comandare, sanno essere crudeli e non saranno un paio di pantaloni a renderle diverse anche perché – come dice l’adagio – non è l’abito che fa il monaco.
La rigorosità epica della rappresentazione che ha rinunciato all’accesso della spettacolarità si protrae per due ore e trenta minuti (intervallo escluso) e dà il senso ad una tragedia secondo moduli elisabettiani. Pubblico attento e interessato per tutto l’arco dello spettacolo, ha applaudito alla fine della rappresentazione per più e più volte.