La rigenerazione
di Carmelo La Carrubba


La commedia di Italo Svevo “La rigenerazione” è opera della maturità artistica dello scrittore triestino, il suo testamento spirituale. In essa Egli affronta il tema della vecchiaia o – per meglio dire – della evasione da essa: della eterna giovinezza rappresentata non alla maniera di Goethe ma attraverso una introspezione psicologica, psicoanalitica, del personaggio principale che sta fra la realtà e il sogno.
 

Parliamo dello spettacolo “La rigenerazione” in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese in cui Giovanni Clerici, il protagonista, interpretato da Gianrico Tedeschi è un borghese settantaquattrenne, commerciante di tessuti, alle prese con i problemi dell’età avanzata che – spinto dal nipote medico – affronta il rischio di un intervento chirurgico per ringiovanire; e poter ritrovare il vigore sessuale e quella gioia di vivere che è dei giovani; ma è qui che il nodo etico del protagonista trova difficoltà a slegarsi in quanto i suoi desideri, i suoi sogni, cozzano con la realtà di un vissuto che ormai costituisce la sua identità, la sua eticità, a cui capisce di non poter rinunciare. Pertanto lo svolgimento della vicenda assume i toni del surreale, dell’assurdo in quanto sia il protagonista che lo spettatore non sanno più se effettivamente il protagonista ha subito l’intervento di ringiovanimento o se invece il suo non sia la proiezione onirica di un desiderio, sessuale nei confronti della giovane cameriera verso cui l’attempato protagonista – sul più bello – si addormenta e continua a vivere come fosse vera quella realtà che ha soltanto sognato come vera e che, alla fine, è sostanzialmente ininfluente per il protagonista. Perché – come abbiamo analizzato all’inizio di questa nota – la sua eticità non gli consentirebbe di vivere realmente quell’esperienza.

 

Il ringiovanimento nell’anziano è solo una assurda e sognante illusione che gratifica chi la sogna ma la realtà è ben altra rispetto al sogno che però è – intendiamoci – importante perché rende meno crudele quella realtà. Al di là di quello che possono diventare delle astuzie verbali c’è la intrigante messa in scena di Antonio Calenda che col gioco registico puntualizza come la senilità dell’animo sia più coriacea di quella fisica in quanto la prima non accetta compromessi o rigenerazioni e smorza gli eventuali sussulti fisici. Questo il nocciolo di una trama ben intuita ma scritta per la scena dall’Autore in maniera poco limpida che però consente all’interprete di svolgere il tema con humor e una sofferta ironia nel raccontarci il travaglio interiore di un anziano che però – tutto sommato – è ben soddisfatto della sua vita e della sua senilità in quanto li ha accettato e non è disponibile a tradirli e che il ringiovanimento è solo un palliativo che non risolve l’assunto.

 

Ben interpretato da Gianrico Tedeschi nel ruolo del protagonista che ha intriso le battute di un misurato sarcasmo, di ironia e si è districato con maestria fra sogno e realtà restituendo dignità e leggerezza alla senilità. Attorno a lui gira con armonia e perfezione un ottimo cast da Valeria Cingottini, nei panni di una sposa serena, a Fulvio Falzareno innamorato della figlia che ricorre a tanti espedienti per conquistarla; Sveva Tedeschi è la giovane vedova che si dibatte fra dolore e nuovo amore; Gianluca Candia è l’altro anziano che sa disegnare con tanta auto ironia il suo stato che ha bisogno di ringiovanimento al di là di ogni moralistica limitazione; Carlo Ferreri, Francesco Benedetto, Fita Fusco l’accomodante cameriera, e Ivan Lucarelli ognuno nel ruolo contribuisce a rendere scorrevole la trama di un argomento fra i più intriganti e contraddittori del novecento che trovano in Svevo, oltre che in Pirandello i suoi cantori. Pubblico plaudente.