Il ritorno a casa
di Carmelo La Carrubba

 


Il teatro di Arold Pinter trova la sua ragione e il suo sostegno nella rielaborazione delle regole e delle convenzioni della scrittura drammatica per un nuovo linguaggio scenico e una nuova drammaturgia. A questa poetica appartiene “Il ritorno a casa” (1964) spettacolo in scena al Teatro Verga dal 4 all’8 marzo per lo Stabile di Catania con la regia di Peter Stein. Un’opera ricca di ambiguità e sottigliezze che affonda la sua indagine – in maniera singolare – sulle relazioni personali soprattutto nel rapporto precario fra i sessi e in particolare nell’ambito della famiglia. Attraverso le possibilità estreme della parola, nella capacità di caricarsi di altre sfumature o di esaurirsi nella banalità della ripetizione. In questo senso questo teatro di parola alla fine rivela soltanto allusivamente quello che voleva celare.
Infatti in quest’opera la conversazione elude la comunicazione nonché l’accertamento della verità che resta senza possibilità di verifica:impossibile – infatti – verificare il confine fra il vero e il falso.

Il ritorno a casa di Teddy (Andrea Nicolini) docente di filosofia con la moglie Ruth (Arianna Scommegna) rappresenta la scoperta di una famiglia borghese in cui ci sono Marx (Paolo Graziosi) vecchio macellaio, i figli Lennj (Alessandro Averone) e Joe (Rosario Lisma) e lo zio autista (Elia Schilton) un mondo di personaggi illusi e velleitari. In questa famiglia di serpenti si scatenano tutte le ossessioni sessuali maschili verso l’unica donna presente che viene trasformata in puttana e non le rimane – così – soltanto la possibilità della vendetta rovesciandone le prospettive e divenendo lei la mente direttiva della casa attraverso il sesso.
Un visione “rivoluzionaria” negli anni che prepararono il Sessantotto ben avvertita da Pinter sottolineandone i riflessi di uno sfascio sociale e l’incomunicabilità fra gli esseri umani.
L’interno borghese ben disegnato da Ferdinando Woegerbauer nonché i costumi di Anna Maria Heinreich, luci di Roberto Innocenti è lo spazio in cui vive la famiglia che, dopo la morte della moglie di Max si ricompone sulla figura femminile della nuora.


Il linguaggio drammaturgico di Peter Stein si snoda attraverso i rapporti fra i personaggi di questa famiglia per svelarne o per nascondere in un marcato gioco di ambiguità i loro rapporti per ripristinare un equilibrio alle dirette e assolute dipendenze di una donna. L’obiettivo della regia è quello di “creare un piccolo ensemble di recitazione intima e connessa” nella presunzione metaforica che alla famiglia orribile di Max si rispecchiassero tutti gli aspetti e i pericoli che sono insiti in ogni famiglia. Una lotta spietata fra maschi e femmina in cui domina il grottesco della situazione e la crudeltà della soluzione finale che si presenta col crisma dell’equilibrio.
I toni della rappresentazione così come il clima delle situazioni si svolgono attraverso la cupezza di un dramma portato avanti senza esclusione di colpi e in cui ha modo di emergere la bravura singola di ogni attore e la coralità di un gruppo affiatato che potrebbe trovare una ulteriore comprensione se i tempi teatrali fossero liberati da una eccessiva lentezza scenica.
Pubblico attento e plaudente alla fine dello spettacolo.