Romolo il Grande
di Carmelo La Carrubba



“Romolo il Grande” di Durrenmatt (1921-1990) è un testo difficile perché l’umanità del protagonista, la sua visione amara del mondo, diventa completamente palese nel quarto atto. L’Autore – per quanto il suo nome venga associato a quello di Brecht – è distante dall’ottimismo del teatro epico del tedesco anzi si presenta da intellettuale del dubbio che diffida di tutto ma soprattutto delle ideologie. Durrenmatt nelle sue opere non parla mai di certezze né vuole dimostrare nulla limitandosi a rappresentare la società nelle sue assurdità o paradossali contraddizioni: il mondo è visto senza possibilità di miglioramento anzi sull’orlo di una catastrofe a cui non intende fornire soluzioni. Nella “astorica” commedia storica “Romolo il Grande” (1949-1956) l’autore registra come l’uomo sia non tanto artefice quanto strumento della storia.

 

Lo spettacolo “Romolo il Grande” in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania con la regia di Roberto Guicciardini, protagonista Mariano Rigillo è la storia di un imperatore che anzicchè governare e impedire che Roma soccomba ai barbari di Odoacre si mette ad allevare polli. Romolo senza alcuna opposizione cede il suo scettro ad un altrettanto pacifico Odoacre, come lui interessato più alla pollicoltura che alle sorti del mondo.

 

Romulus è un antieroe dalla stupefacente modernità; egli è un tipo pericoloso perché mira alla morte e non è poco per un allevatore di galline incoronato. A questo giudice del mondo travestito da buffone, la cui tragedia sta proprio nella commedia della sua fine, nella pensione che però ha la ragionevolezza e la saggezza di accettare anche questo destino, a questo Romolo che ha fatto la parte dello stupido per vent’anni, e nessuno si è accorto che la sua pazzia (come quella di Amleto) aveva un metodo, va la simpatia dello spettatore che ha dovuto riflettere, amaramente, su tante tristi verità storiche di ieri e di oggi. In fondo, Durrenmatt descrivendo la fine dell’Impero Romano, ritrae perfettamente la nostra situazione da basso impero. E il protagonista merita l’appellativo di Grande perché è l’unico ad avere svelato il carattere grottesco della realtà e ad esserne lui il clown protagonista di una situazione paradossale. In fondo “ogni dramma inventato riflette un dramma che non si inventa” e la funzione del teatro rende “attiva la riflessione dell’uomo su se stesso” Pertanto il testo e lo spettacolo giocato sul comico delle battute di spirito nella constatazione che anche il potente che detiene il Potere non è un comandante ma un comandato dagli eventi storici e rende umana anche la logica insita nel paradosso e nel grottesco di una realtà che ci appartiene.

Tant’è che la ricerca teatrale di Durrenmatt alla fine concludeva che la realtà non può essere rappresentata ormai con la commedia ma semmai è possibile con la farsa. E il linguaggio scenico della regia di Roberto Guicciardini accentua la rappresentazione coi toni del comico farsesco, con l’amaro del grottesco attraverso l’ironia tagliente o il sarcasmo beffardo della battuta nel rappresentare la storia di Romolo, di un pacifista che vorrebbe migliorare il mondo ma questo vola verso l’alto sfuggendo ad ogni controllo. Come inconcludente risulterà l’incontro fra Romolo ed Odoacre – due uomini politici falliti che hanno abdicato alla politica per la pollicoltura.

 

Una grande interpretazione di Sigillo in un ruolo insolito dove ha avuto modo di usare i toni dell’ironia e del sarcasmo e rendere palese l’umanità di un uomo che pensa al bene dell’umanità ma deve riflettere sulla finitudine dell’uomo. Ben coadiuvato da Anna Teresa Rossini nel ruolo della moglie Giulia e della interpretazione di Liliana Massari nel ruolo della figlia e di un cast di ottimi attori da Antonio Fornari a Roberto Pappalardo, Pietro Faiella, Francesco Francipane, Luciano D’Amico, Alfredo Troiano, Francesco Sala, Martino Duane, Lorenzo Praticò. Pubblico entusiasta e plaudente che ha apprezzato uno spettacolo intelligente e ben realizzato.