La scuola delle mogli
di Carmelo La Carrubba

 

 

“L’ecole des femmes” di Jean Baptist Populain in arte Molière è una satira spietata verso una società ipocrita e conformista dove comandano coloro i quali vogliono fare i propri comodi a dispetto degli altri. Rappresenta, inoltre, lo smascheramento di quegli “anziani” che desiderano giovani fanciulle pure a cui insegnare (attraverso un decalogo) come mantenere purezza e sudditanza per la gioia dei loro mariti che non riuscendo a creare un dialogo amoroso impongono la loro volontà come novelli dittatori.
Sappiamo oggi che la violenza – sotto qualsiasi forma – nasce in famiglia mascherata dalle più nobili intenzioni.
“La scuola delle mogli” di Molière (nella versione italiana del poeta e critico teatrale Giovanni Raboni) è in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese e tratta l’educazione di una giovane futura moglie.


La regia è di Marco Sciaccaluga e le scena di Jean-Mark Stehle e Camerine Rank (cura anche i costumi) sono funzionali all’impostazione registica che per rispettare i tempi rapidi del comico si avvale della mobilità della scena. Andrea Nicolini con le sue musiche crea l’atmosfera al racconto.
Arnolfo, il protagonista, è il tutore di una giovane donna da tredici anni: Agnese, tale il nome della donna, dall’età di quattro anni le fu affidata dalla madre che era in difficoltà economiche e verso la società e il tutore l’ha allevata lontana da ogni forma di tentazione, da ogni forma di istruzione eccessiva nella convinzione che è meglio avere per moglie anche una sciocca. Ma la ragazza si rivelerà presto ingenua ma non sciocca. E per quante precauzioni Arnolfo metta in atto (compresi due servi con funzioni di carcerieri) fallisce nel suo scopo.
Infatti Agnese conoscendo, per caso, Orazio se ne innamora e sente la necessità di imparare per avere una cultura.
Arnolfo aveva, nel passato, educato con rigore la ragazza perché ossessionato – come gran parte dei mariti che sposavano per convenienza o per denaro – dal tradimento della donna e dall’essere considerato un cornuto anche perché Arnolfo aveva molto riso e sbeffeggiato i tanti mariti su cui cadeva l’onta delle corna.
Quando Arolfo vuole sposare Agnese viene a sapere da Orazio del suo amore corrisposto per Agnese e nel protagonista si risveglia l’ossessione di una vita. In questo rovello l’analisi interiore del personaggio è veramente profonda in senso drammatico.
Per sfuggire all’onta delle corna Arnolfo non sposa Agnese e consente che essa abbia la sua storia con Orazio.
Molière ha trasformato il dramma di quest’uomo in una satira grottesca e condotto l’azione del racconto scenico in maniera comica e la regia ha perfettamente dettato ritmi e tempi affinché la comicità sgorgasse da tutte le parti.
Eros Pagni, nei panni del protagonista, pur in maniera grottesca crea una situazione comica irresistibile quando insegna a quella che avrebbe dovuto diventare la moglie le norme (cioè il decalogo) per mantenersi pura e devota al marito. Anche nell’altra scena della preghiera il protagonista cade soltanto nella disperazione senza essere capace di scatenare risvolti comici o grotteschi.
Infine: Eros Pagni possiede una maschera tragica che l’attore esibisce in ogni circostanza senza derogare da soluzioni che potrebbero diventare comiche e nel caso di una commedia potrebbero creare un personaggio alieno da sofferenze drammatiche (addirittura pensa al suicidio – anche se mancato – perché la pistola è scarica)
A quel punto c’è poco da rider con un novello misantropo.
Il ricco cast vede una brava Alice Arcuri ben coadiuvata da Roberto Serpi, Orazio, e la coppia di servi: Roberto Alighieri e la Torres con Federico Vanni, Marco Avogadro, Massimo Cagnina, Pier Luigi Pasino che hanno reso il clima da commedia e svelato la comicità di Molière.
Pubblico divertito e plaudente durante e alla fine della rappresentazione.