La scuola delle mogli
di Carmelo La Carrubba


L’immortale capolavoro di Molière “La scuola delle mogli” (1662) ieri come oggi fa ridere perché scopre il nervo malato di quella che è nella società civile la mentalità del maschio quando intende il ruolo della moglie come oggetto da modellare a suo uso e consumo. Infatti un tale atteggiamento possessivo degli uomini viene puntualmente smentito dalla realtà e il loro gioco svela non solo il ridicolo delle situazioni ma la meschinità delle loro azioni. E fu quello che intuì e rappresentò Molière nelle sue commedie e ne fece motivo di satira spietata verso quelli che furono i comportamenti dei suoi contemporanei che purtroppo affiorano – a distanza di secoli – anche nell’oggi; anche se oggi questi comportamenti li definiamo da “talebani” e che spesso approdano nelle cronache nere dei nostri quotidiani. Ma questo è un altro argomento.

Ma al di là di una quotidianità o di una modernità del testo che non ha bisogno di essere dimostrata tanto è evidente lo studio dei caratteri da parte di Molière che scolpito – come in una statua – l’effige dello zotico arricchito che pretende di dare una educazione appropriata alla giovane fanciulla per farla diventare una moglie fedele. Ironia,malizie e apparente ingenuità costituiscono gli ingredienti di un gioco comico che sbeffeggia chi l’ha provocato.


La commedia che ha trovato in Turi Ferro il traduttore ideale nel ricevere connotazioni sicule mantiene la solida struttura di una macchina teatrale ben guidata da Magnano di San Lio che impiega tutte le risorse della comicità per riuscire nell’intento di creare situazioni che facciano esplodere il riso anche per l’uso di una lingua che si adatta ad ogni circostanza e che ha nel dialogo l’efficacia per far risaltare il buffo di un comportamento.
Il testo di Molièr “La scuola delle mogli” è in scena al Teatro Musco per lo Stabile di Catania ed è quello – come sopra detto – ridotto in siciliano da Turi Ferro in cui sono presenti modi di dire, proverbi e altre amenità della parlata siciliana che diventa non solo una risorsa linguistica ma una sicura resa comica spettacolare. Se questo testo – in questa consolidata versione – fu un successo di Turi Ferro, oggi lo è di un attore versatile e spontaneo, profondamente comico come lo è Enrico Guarneri che di questo genere possiede i tempi scenici del comico, la prontezza della battuta, il gusto del grottesco, l’eloquenza del gesto, la fluidità del dialogo e la disinibizione nelle situazioni complicate.


La regia di Magnano Di San Lio è sciolta ed efficace e ha una buona intesa col protagonista che deve tenere a bada la sua straripante tenuta comica.
L’ottimo cast è costituito da Barbara Gallo, Rosario Marco Amato, Valeria Contadino Orazio Mannino, Fiorenzo Fiorito, Toni Lo Presti, Vincenzo Volo, Carmelo Di Salvo e Nadia De Luca.
Le scene di Stefano Pace pur nella loro semplicità e ristrettezza dello spazio risolvono brillantemente i percorsi dei personaggi e lo sviluppo delle loro azioni. Indovinati e comicamente espressivi i costumi di Dora Argento così le musiche di Massimiliano Pace e le luci di Franco Buzzanca.


Applausi ed applausi durante e alla fine dello spettacolo.