Scusate la polvere
di Carmelo La Carrubba

 

 

Ho seguito – fino a che non è cessata la pubblicazione – la rubrica di costume di Elvira Seminara sul quotidiano locale con interesse perché gli argomenti erano trattati con ironia e un certo disincanto.
Analogamente l’ironia è diventata la cifra stilistica della scrittura del suo romanzo “Scusate la polvere” che, a sua volta, è diventato lo spettacolo in scena al Teatro Musco per lo Stabile catanese dal 18 al 23 marzo nella felice riduzione drammaturgica di Rita Verdirame.
E l’ironia è presente fin dal titolo in quanto l’Autrice si è ispirata a quello di Doroty Parker “Scusate se faccio polvere” riferito alle proprie ceneri. Un epitaffio che pur nella sua impostazione macabra suona ironico e sottintende un umorismo dai decisi risvolti comici.
Il mondo descritto dalla Seminara è popolato da donne e sia la versione drammaturgica della Verdirame che l’impostazione registica di Gianpiero Borgia è sulle donne. Essi hanno voluto ricreare usi e costumi e abitudini di un universo che ha proprie regole e rituali imposte anche da un sistema economico che lucra sulla bellezza, le apparenze, sulla cura dei mali dell’anima.
La storia è quella di una donna quarantacinquenne che rimane vedova per un incidente mortale al marito mentre era in macchina. Nella stessa auto assieme al marito c’è pure una donna morta nello stesso precipizio. Dalle indagini della vedova per conoscere la verità su un eventuale tradimento del marito non risultano certezze ma soltanto dubbi. Di questa esperienza alla protagonista resta soltanto un grande sconforto e una notevole depressione.
E qui determinante è il ruolo delle amiche che con la loro vicinanza, la loro solidarietà la loro ironia aiutano la protagonista ad elaborare il lutto che l’ha colpita. Durante l’elaborazione del lutto un punto di aggregazione fra le amiche diventa la cucina con la ripresa delle proprie occupazioni e un nuovo rapporto con il cibo. E uno dei momenti di grande potenza espressiva del linguaggio scenico è quando le tre amiche con mestoli e piatti intonano in cucina una ritmata sinfonia in cui umorismo e comicità rendono la scena esilarante.
In questo spettacolo le scene e i costumi sono di Dora Argento: la scena è una piscina vuota in cui le protagoniste curano il fisico e i relativi malanni interiori in cui una musica accattivante e sussurrata (“Solo tu”) curata da Papareccio e Francesco Santalucia accompagna le conversazioni delle amiche che vertono sulla perdita della persona amata, della giovinezza. E da dove scaturisce la forza della loro amicizia motore consolatorio per esorcizzare la paura della morte.
Loredana Solfiti è la madre della protagonista : vive fuori del tempo e dello spazio( e anche della storia). Luana Toscano è più che convincente nel ruolo di Enza, la protagonista: è la vedova che alla fine con l’aiuto delle amiche trova la gioia di vivere; estrinseca nel ruolo potenzialità drammatiche e comiche di notevole resa artistica: Egle Doria e Giorgia Boscarino, le amiche, sono la parte indispensabile del gioco corale ora brillante, ora mesto , ora comico. Giada Colonna è la vicina di casa, atletica e palestrata mostra ironia e fisico adatto al ruolo.
Pubblico attento e divertito plaudente durante e alla fine dello spettacolo.