Sei brillanti
di Carmelo La Carrubba



Con Paolo Poli la satira di costume dalle pagine del giornalismo militante di un tempo torna a rivivere sulle tavole di un palcoscenico con nuovo vigore. E con “Sei brillanti giornaliste del ‘900” (Mura, Masino, Brin, Cederna, Aspesi, Belotti) Paolo Poli ha creato uno spettacolo brillante e mordace da lui diretto, scenografo l’indimenticabile Daniele Luttazzi, i costumi di Santuzza Calì, in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile etneo.


In verità la vera attrazione dello spettacolo è lui, Paolo Poli, asciutto come la sua ironia, pungente, lacerante sempre venata e sostenuta da una intelligenza colta che dalla parola e dal testo sa prendere il meglio. Altra caratteristica di Paolo Poli è la leggerezza con cui scorrazza su argomenti che dal 1920 ad oggi hanno costituito motivo di scandalo perché spesso il solo evocarli – una volta – suscitava reazioni spesso negative perché andava a stuzzicare i meccanismi di una ipocrisia che al discutere ha sempre preferito il silenzio. Ma il modo vero ma garbato, mai volgare ha consentito a questo straordinario attore di creare i suoi spettacoli irriverenti che purtroppo sono stati “travolti” da una visione del vivere in cui è difficile trovare qualcosa di scandaloso e se non fosse per la garbata ironia della sua intelligenza di attore colto che ancora sa leggere i testi forse il suo teatro potrebbe apparire demodé. Egli è invece un miracolo del palcoscenico e del pubblico se ancora ha validità e riconoscimento artistico il lavoro teatrale di Paolo Poli che riesce ancora a divertire e a convincere.


Ma veniamo allo spettacolo che abbraccia un arco di tempo che va dal ’20 all’’80 in cui rintracciamo un filo che lega i racconti delle sei giornaliste che costituiscono il testo dello spettacolo e cioè la storia d’Italia vista dai costumi che mutano. La scena di Luzzati si ispira ai maestri della pittura novecentesca così i costumi coloratissimi della Calì si intonano , spiritualmente, con gli arrangiamenti di Petrotin sui quali si muovono le abili coreografie di Alfonzo De Filippis.

 

Su questa base – in uno spettacolo en travestì – svetta questo discolo del teatro italiano in cui – come direbbe Vitaliano Brancati mischia le minghie con i paternostri - creando uno spettacolo frizzante e caustico in cui ha modo di eccellere la sua acuta e raffinata ironia ancora intatta, malgrado gli anni, sostenuta da una tenuta scenica e vocale davvero sorprendente e invidiabile in cui ancora persiste la necessità del dialogo col pubblico nel proseguirlo dopo la calata del sipario in un gioco generoso ed ironico per lasciare ancora soddisfatto il pubblico, per appagarlo o per ricompensarlo qualora fosse mancato qualcosa. Un colpo ddi teatro esilarante, nelle corde solo dei maestri della scena. Questo attore che ama divertire e sorprendere nel segno della trasgressione e del gioco scenico intelligente è stato compreso dal pubblico che l’ha applaudito più e più volte durante e alla fine dello spettacolo.