Sia il racconto di Buzzati che lo spettacolo rappresentano in maniera ironica quella involontaria comicità che ci riserva la vita quando vivendola scopriamo che non sempre gli obiettivi che ognuno si è prefisso non sempre coincidono con la propria sorte a cui l’ha destinata l’incognita della vita. In questa tragicommedia brillante man mano che si assiste allo svolgimento degli avvenimenti si ride amaramente (anche per non piangere) perché fra l’aspettativa del protagonista e la soluzione della sua vicenda umana c’è quell’inciampo che la vita che la vita ci riserva e non sempre, anzi quasi mai, coincide – ripeto – con le nostre aspettative. C’è sicuramente del mistero che avvolge la volontà umana e rende umile e ridicola quello che definiamo la finitudine dell’essere umano ( un vecchio proverbio, al riguardo ammonisce, che “l’uomo propone e Iddio dispone”). In questi “Sette piani” che ha già calcato le scene con Strelher con lo spettacolo “Un caso clinico” e al cinema “Il fischio al naso” con Ugo Tognazzi, c’è la tematica di Buzzati che ebbe modo di esprimerla nel suo capolavoro “Il deserto dei Tartari” in cui c’è sottolineato in maniera surreale quel mistero trascendentale che si svolge comunque al di fuori della nostra volontà. Ma quello che ha sottolineato Paolo Valerio con la sua intelligente regia nel rappresentare la parabola della vita è quell’umorismo involontario in cui inciampiamo vivendo e che dalla culla alla bara ci accompagna senza che mai – in maniera surreale – ce ne accorgiamo. Ed è così che l’avvocato Conte da un piccolo fastidio da curare al “Settimo” si trova a scendere di piano in piano fino alla sua fine in un percorso che riguarda inesorabilmente ogni essere umano.
La realizzazione scenica di Marcello Morresi, le luci di Enrico Berardi,
il video di Marco Millasi nonchè i costumi e le corografie di Margarita
Klurfan hanno creato e caratterizzato L’ambiente dove si svolge in
maniera vera e nello stesso tempo surreale la vicenda terrena
dell’avvocato Conte che ha avuto in Ugo Pagliai uno splendido e
straordinario interprete nel caratterizzare la figura di un uomo che
nell’amore trova una felicità che sembrava essergli negata. Ben
coadiuvato da Paola Gassman brillante ed efficace nel ruolo di donna
moderna che sceglie e coinvolge l’uomo in un percorso amoroso nonché in
quello di madre possessiva e castrativa che aveva condizionato la vita
del figlio prima della scoperta dell’amore. Ma quello che ancora
vorremmo sottolineare – così come fa la musica di Antonio Pofi – è il
modo spedito con cui si svolge il racconto scenico con tempi comici
tempestivi e incalzanti da rendere piacevole lo scorrere dello
spettacolo agli occhi dello spettatore che passavano dal riso alla
riflessione con notevole partecipazione. Anche grazie ad un affiatato
cast di attori – ognuno ha interpretato più di un ruolo con ottimi
risultati – in cui sono coinvolti Roberto Petruzelli, Roberto Randelli,
Dario Manera, Paolo Bufanio e infine l’ottima Michela Ottolini che ha
saputo tracciare un bel ritratto del personaggio della segretaria
imbranata e innamorata dell’avvocato prima per trasformarsi nei panni
della formosa infermiera (una e due) disponibile dopo. Pubblico
piacevolmente divertito - anche di fronte ad una pièce che fa riflettere
per la sua profondità ma che ha giustamente insistito sull’aspetto
surreale della vicenda - e che ha lungamente applaudito con calore alla
fine.
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