Shyloch, il mercante di Venezia in prova
di Carmelo La Carrubba

 


Lo spettacolo in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania “Shyloch. Il mercante di Venezia in prova” nella rilettura ideologica di Moni Ovadia e Roberto Andò è la rappresentazione di una messa in scena per raccontare – attraverso il personaggio di Shyloch – come egli sia sopravvissuto fino ai nostri giorni per riscattarsi e svelare al mondo la sua disperazione.
Ovadia in questo spettacolo da ebreo sefardita rifiuta le conclusioni scespiriane su Shyloch e ha buon gioco nel dimostrare come l’antisemitismo conduca alla follia hitleriana e ai campi di sterminio.
“Il mercante di Venezia in prova” è ambientato in uno spazio anonimo a metà fra un ospedale e una carnezzeria in cui – teatro nel teatro – un regista di origini ebraiche incontra il suo produttore per mettere in scena il sogno della sua vita: “Il mercante di Venezia” di Shakespeare.
Ognuno dei protagonisti ha un obiettivo da raggiungere: restituire all’ebreo che ha prestato i soldi la famosa libra di carne che da sempre gli viene negata mentre pe il produttore che lavora in altri campi lo scopo è di trafficare in organi umani e nell’impossessarsi del cuore degli artisti.
Le ambizioni di Ovadia artista sono enormi e facilmente individuabili nel ridare al teatro la funzione di verità contro l’impostura e di riassumere quella funzione sociale che gli è stata tolta.
Così Ovadia si rivolge a Brecht e al suo cabaret espressionista nell’impostare uno spettacolo musicale che sappia rappresentare le nefandezze di un’epoca e4 la persistenza degli errori che portano all’odio.
I due registi si servono della musica Klezmer del centro europa fino al jazz per far rivivere Shyloch e il torto subito e rappresentare Antonio, Porzia, Bassanio come personaggi equivoci.
Eppoi – come se non bastasse – la modernità del tema scespiriano – c’è – nei due registi l’esigenza di attualizzare fino alla quotidianità dell’oggi, esasperandola, una problematica che non ha nulla a che vedere con Shakespeare e con la drammaturgia brechttiana di cui i due registi si servono per raccontare il loro Shyloch.
Per cui si ha uno spettacolo che ha momenti struggenti per le straordinarie doti di affabulatore di Ovadia e le sue capacità di musicista e cantante che raggiunge il suo apice nella rappresentazione del rabino che intona il suo canto in memoria dei morti nei campi di sterminio dopo che ha indossato il taled e i tefillin al braccio: pervenendo alla mente dello spettatore, coinvolgendolo.
E’ anche vero che c’è poco Brecht sui palcoscenici e che questo vuoto non è riempito nemmeno dal duo Andò-Ovadia: Brecht creava dei personaggi e delle situazioni drammaturgiche emblematiche quando attingeva all’attualità mentre loro creano solamente macchiette. Inutili le esplicitazioni sessuali risultano insignificanti e volgari.
Il cast: Shapiro capace di evocare la forza del personaggio di Shyloch; Lee Colbert grande interprete canora così pure Federica Vincenti nel ruolo di Porzia. Ruggero Cara è Antonio e l’impresario. Con Roman Sinvalac e Mak Shankov. E la Moni Ovadia Stage Orchestra in cui rifulge il talento istrionico ed affabulatorio di Ovadia.