Sicilian tragedi
di Carmelo La Carrubba

 

Finalmente un approccio geniale al tema della mafia nel modo di raccontarla è quello di Guglielmo Ferro nello spettacolo “Sicilian Tragedi” in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania in cui il regista usa i tempi comici del varietà – come faceva Brecht – per rendere comica una situazione drammatica quale è quella della mafia in Sicilia che è sinonimo di morte, di tragedia.
E quindi da cronista teatrale animato da una particolare follia che vuole insegnare tutto a tutti suggerirei di modificare il titolo in “Sicilian Variety” Attraverso il quale c’è modo di riflettere come spesso il ridicolo sia un’arma potentissima.
Lo spettacolo nasce dalla scrittura scenica di Ottavio Cappellani tratta dal suo romanzo eponimo in cui mafia, sesso, politica si intrecciano e condizionano la vita familiare, pubblica, sociale di una intera regione.


La storia è semplice. Il boss Turrisi manda un pizzino al rivale in affari Turi Pirrotta per potere incontrare la di lui figlia e questo, nella riflessione del Pirrotta, risolverebbe un problema familiare, uno economico riguardo l’acquisto di certi terreni in odore di risorse petrolifere, ambiti da entrambi.
Attraverso questa esile ma pretestuosa trama si imbastisce una vicenda di collusione e corruzione in cui sono presenti assessori alla cultura, finanziamenti a feste paesane, spettacoli teatrali, iniziative culturali di ogni genere. Su tutto aleggia il potere mafioso che decide e fra feste gattopardesche e delitti emerge il solito stereotipo della Sicilia che conosciamo da sempre.
Ma questa volta – e qui è l’originalità degli autori di testo e regia – lo stereotipo non è l’eroe ma l’obiettivo da ridicolizzare. Ed oggi forse non c’è modo migliore per affrontare l’argomento.


Il regista Guglielmo Ferro ha ambientato i filmati che fanno da sfondo alla vicenda in una Catania ricca di colori e sfaccettature dove svetta un’Etna innevata, le strade affollate durante la movida serale. Nel grottesco di questa storia i personaggi sono tutti esagerati e il loro linguaggio sia nella versione catanese che palermitana è volutamente sopra le righe. Così il ricorso al turpiloquio caratterizza certe persone e il loro modo di pensare. Essi esprimono il loro stato d’animo ma nello stesso tempo lo adoperano come maschera.
Il racconto scenico si snoda in maniera fluida intercalato da cartelli filmati – come in una vecchia comica muta. Anche la rilettura in chiave comica della tragedia di Shakespeare “Romeo e Giulietta” si inserisce in questa satira grottesca grazie ad attori come Gino Astorina e Aldo Toscano che sanno irridere il tragico per trasformarlo in comico.
Nel secondo atto i toni, le luci, i discorsi, il ritmo è diventato cupo, serioso per cui è risorta la solita retorica nell’affrontare l’argomento Siciliani e mafia spegnendo il comico della della prima parte e affievolendo l’attenzione del pubblico.
Al vertice del cast c’è Ida Carrara – aristocratica contessa Salieri – ironica e sprezzante “gattoparda” in una interpretazione misurata dai toni ora comici ora drammatici. Guia Jelo nel ruolo di Wanda Pirrotta sa sottolineare la volgarità e l’opportunismo nonché una certa “saggezza” di donna siciliana che sa far finta di piegarsi per riscattarsi al momento opportuno disegnando un bel personaggio. Sebastiano Trincale è uno dei boss e il suo turpiloquio sa definire un carattere e un ambiente ma spesso è sopra le righe. Mimmo Mignemi da voce e corpo ai due personaggi degli assessori alla cultura con sanguigna vivacità. Godibilissimo il personaggio impersonato da Agostino Zumbo, nel ruolo di Cagnotto, regista gay di “Romeo e Giulietta”; un ritratto grottesco di un mondo e di un personaggio reso con la consueta sicurezza scenica. Disegnano con sicuri tocchi i loro personaggi Filippo Brazzaventre e Plinio Milazzo. Altra interpretazione convincente e brillante quella di Francesca Ferro nell’interpretare il ruolo della giovane attrice spregiudicata, disposta a tutto pur di arrivare; così Stella Egitto nel ruolo di Betty la figlia del boss: una figura di ragazza moderna aggressiva che però – con i consigli della madre – sa stemperarsi al momento giusto.
Bravi e spigliati gli allievi della Scuola d’Arte drammatica “Umberto Spadaio” inseriti nel cast. Oltremodo funzionali le scene di Stefano Pace, i costumi di Francoise Rayband, efficaci significativi e importanti per lo sviluppo del ritmo narrativo le musiche e i video di Pace, le coreografie della Capraio e le luci di Buzzanca.
Pubblico divertito e plaudente, freddo alla fine dello spettacolo.