Un siciliano a Parigi
di Carmelo La Carrubba

 


Un antico adagio siciliano recita – a proposito di corna – pressappoco così: le corna come i denti fanno male quando spuntano ma poi aiutano a mangiare come ben incarna il personaggio del commerciante di vini che avendo trovato a letto la moglie con il signor Ribadier lo incalza fino a casa sua, lo minaccia di sfidarlo a duello per ucciderlo e infine approda a miti consigli rinunciando al duello purchè l’avversario accetti di comprare in contanti sei bottiglie di cognac e quattrocento bottiglie di vino e rinuncia pure al divorzio con la moglie quando rischia di perdere la dote della fedigrafa. In una società borghese innanzitutto vengono gli affari poi la morale e il rispetto di sé stessi così come rappresenta il personaggio del commerciante di vini tradito dalla moglie e interpretato magistralmente da Agostino Zumbo in poche scene a dimostrazione di una ben collaudata legge teatrale che è l’attore che dà lustro al personaggio e non viceversa.


Parliamo dello spettacolo “Un siciliano a Parigi” nell’adattamento del testo “Il sistema Ribadier” di Gorge Feydeau di Romano Bernardi con la regia di Giuseppe Romani. Scene e costumi di Giuseppe Andolfo andato in scena al Teatro Brancati ad apertura di stagione con l’interpretazione di Tuccio Musumeci a suo agio in un ruolo intensamente comico ben coadiuvato da Concita Vasquez, Massimo Leggio, Agostino Zumbo, Egle Doria, Claudio Musumeci.


La farsa di Feydeau è una satira greve sulla famiglia borghese in cui impera il tradimento e le corna diventano il soggetto di una sofferta e involontariamente comica convivenza. Tutto ruota attorno alla gelosia di Angela (Concita Vasquez) che diventata vedova scopre che l’anziano marito (Robineau) la tradiva per cui cerca di non essere gabbata per la seconda volta dal secondo marito di cui è innamorata. E’ chiaro che anche il secondo (Ribadier) ha il vizietto del primo marito e che per attuare il suo piano con l’amante ha un suo “sistema” che consiste, ogni volta, nell’ipnotizzare la moglie fino al suo ritorno in casa. Ma non è la trama che porta alla comicità ma sono le situazioni paradossali, gli equivoci, i calembour, le battute taglienti, in cui si nasconde la comicità, le gag di cui è disseminata la commedia che costituiscono la vis comica che si sprigiona attraverso un meccanismo perfetto di concatenazioni, di tempi scenici e comici incalzanti che costituiscono l’essenza della comicità e la riuscita dello spettacolo.


In questa commedia degli equivoci in cui si inserisce l’uso appropriato del dialetto siciliano si pone il personaggio di Aristide Tomaselli interpretato da un Tuccio Musumeci in ottima forma che nei panni dell’innamorato di Angela parte dalla Trinacria per sposarla arrivando in ritardo perché la donna è già al secondo matrimonio. E attraverso una serie di fortuite coincidenze il personaggio di Aristide Tomaselli si inserisce in un improbabile triangolo arricchendo di ulteriori situazioni comiche la vicenda di questo siciliano a Parigi che renderà esilarante la sua permanenza in quella famiglia.
Concita Vasquez ha saputo dare credibilità al suo personaggio con autorevolezza scenica mantenendo il fascino della donna ancora piacente.
Massimo Leggio (Ribadier) è il secondo marito di Angela ed è il vero motore della poscade su cui ruota ogni situazione che da drammatica volge al comico e di cui gran parte del merito è dell’attore che sa mantenere i tempi incalzanti del comico su cui – ripeto – poggia il successo dello spettacolo.
In questo compito si inserisce il ruolo di Agostino Zumbo (Savinet) che con grande padronanza della scena contribuisce a dare corposità alla vicenda e comicità al suo svolgimento.
Impegno e bravura, nei loro ruoli di cameriera e di stalliere, hanno dimostrato Egle Doria dalla prepotente personalità e Claudio Musumeci che ha saputo dare corpo al suo personaggio con il riuscitissimo dialogo in lingua tedesca anch’esso fra i momenti più esilaranti dello spettacolo.
Un po’ fiacca la regia perché non ha saputo imprimere le dovute accelerazioni sceniche nei passaggi per dare continuità ad uno spettacolo che è basato su un meccanismo impeccabile come quello di un orologio.
Pubblico attento e divertito e sorridente per buona parte dello spettacolo.


A margine dello spettacolo ma non di aspetto marginale è quanto dirò: ho conosciuto stimandolo qualche decennio fa Orazio Torrisi quando ancora il Teatro Brancati era un progetto di quelli che avrebbero dovuto rivoluzionare la posizione dello spettatore di fronte al palcoscenico. Peccato che quel progetto sia stato disatteso mettendo a dura prova la comodità dello spettatore che dimostra, però, come la comicità e la bravura di Tuccio Musumeci siano più importanti di qualsiasi scomodità.