Signorina Giulia

di Carmelo La Carrubba

 

 

Quando al cinema prima e al teatro poi sia Chaplin che Brecht affrontarono il tema dei rapporti di amicizia fra il ricco e il povero pervennero ad analoga conclusione: il ricco ama il suo servo riconoscendolo come amico soltanto quando i fumi dell’alcool gli stravolgono il cervello. Dopo la sbornia la lucidità ripristina la distanza fra i due.
Ne la “Signorina Giulie” (1888) di Strindberg, in quella che viene definita la tragedia dell’età moderna, nell’approccio fra individui di classi sociali diverse avviene un incontro-scontro che è la matrice di quanto sopra detto.
Strindberg – anche in questo testo – colloca i temi della tragedia antica nella quotidianità borghese durante la notte di San Giovanni, tradizionalmente trasgressiva, in cui può accadere tutto che ricorda il rito orgiastico in onore di Dioniso in cui le donne drogate uccidono Penteo per mano della madre; anche qui ambientata in una villa nobile scendendo nella parte buia della casa, in cucina, così come si scende nella parte più buia dell’animo umano, la protagonista ubriaca e dai nervi fragili seduce un servo di casa, l’ambizioso Jean, un mezzo ladro, dalla parlantina facile e suadente che tende al salto di qualità. Altri temi confluiscono: il superamento di maschile e femminile, l’inversione e la parità dei ruoli, la diversità individuale che sfocia nella confessione dell’esperienza infantile fino a diventare “teatro della memoria” fino allo scontro etico in cui la protagonista si renderà conto di aver sovvertito e contravvenuto alle regole sociali e morali. Ella darà sfogo alla disperazione e al disprezzo verso Jean che a sua volta le si rivolta contro duramente mostrando la sua natura brutale e servile.
Il suicidio di Giulie diventa il simbolo riparatore di questa tragedia per attutire la propria colpa e in questo la protagonista si farà “aiutare” dal servo in un clima di suggestione che simula lo stato di ipnosi in cui tutto avviene in maniera nebulosa. L’autore nell’analizzare la frantumazione dell’io nella creazione del personaggio aveva teorizzato uno scontro fra maschio e femmina che poteva sfociare nell’omicidio psichico.
Ora, al di là della impostazione storica dell’epoca, Walter Malosti ci propone una lettura drammaturgica de la “Signorina Giulie” che pur mantenendo la ricchezza dei temi e la complessità della storia nei suoi snodi psicologici ne “semplifica” il racconto scenico mantenendo ne lo spettacolo al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania la intensità dello scavo psicologico nonché la dialettica degli incontri-scontri fra Julie e Jean e Cristina la serva, fidanzata di Jean, la quale è presente in cucina mentre la padrona e il servo mettono a nudo il loro mondo e il loro rapporto in maniera diretta dando fondo alla loro memoria e alle loro risorse attorali di indubbio valore.
Le scene di Margherita Palli hanno sintetizzato il disegno registico: una cucina simbolo in cui confluisce la storia dei tre protagonisti vestiti da Federica Genovesi. Il suono di G. U. P. Alcaro è una base musicale dove si innestano frammenti di Chopin. Monotono e oppressivo. Le luci di Francesco Dell’Elba hanno creato le atmosfere adatte allo scatenarsi delle tensioni drammatiche che sfoceranno nel sangue.
Ben ponderata la versione italiana e l’adattamento scenico di Malosti che ha condotto affinità e contrasti fra i protagonisti in maniera rapida nei tempi scenici dello svolgimento di un racconto drammaturgico che finisce in tragedia.
Ben calibrato il personaggio di Giovanni dello stesso Malosti da risultare quale arrampicatore sociale di piccolo cabotaggio convincente.
Cristina è la serva. Un ruolo recitato con naturalezza da Federica Fracassi: ha creato un personaggio fra lavoro e famiglia nei suoi desideri di ragazza moderna.
Più complesso il personaggio della signorina Julie che viene “giocato” da Valeria Solarino con i toni ora seduttivi ora sprezzanti a seconda del racconto fino alla catarsi finale.
Atto unico di novanta minuti circa ben gradito dal pubblico che ha applaudito lungamente spettacolo ed attori.